PIGNORA IMPERII, I SETTE “SIGNA FATALIA” DI ROMA ANTICA

PIGNORA IMPERII, I SETTE “SIGNA FATALIA” DI ROMA ANTICA

di Alberto Massaiu

«Septem fuerunt pignora quae Imperium Romanorum tenerent: Acus Matris Deum, Quadriga fictilis Veiorum, Cineris Orestis, Sceptrum Priami, Velum Ilionae, Palladium, Ancilia»

Servio Mario Onorato

Ogni civiltà degna di questo nome ha dei luoghi, delle strutture o degli oggetti che ritiene sacri, o comunque importanti per definire la propria identità. Nella società contemporanea gli emblemi maggiori sono alcuni monumenti da cartolina, come il Colosseo a Roma o la Torre Eiffel a Parigi, oppure le raccolte d’arte come il British Museum a Londra o l’Ermitage di San Pietroburgo. Fino ad un secolo e mezzo fa, però, era ancora molto forte il concetto di “reliquia”, religiosa o laica che fosse. In Italia si da forse troppo per scontata la correlazione di reliquia con il Cristianesimo, pensando agli innumerevoli resti umani custoditi nelle tante chiese (basti pensare alla testa di Santa Caterina, esposta nella basilica di San Domenico a Siena, oppure il corpo incorrotto di Santa Caterina, che si può osservare presso il monastero delle Clarisse di Bologna, o ancora il sangue di San Gennaro a Napoli), eppure fino a che gli Stati europei hanno posseduto e curato un proprio spirito e orgoglio nazionale, hanno sommato alla parte religiosa anche una reliquaria laica, di solito legata alle tombe di grandi sovrani (pensiamo a Carlo Magno ad Aquisgrana o a Napoleone a Parigi, o al Pantheon in cui riposano i primi sovrani d’Italia) o a luoghi di celebri battaglie.

L’idea alla base era la presenza di queste reliquie potesse ispirare, proteggere e guidare la nazione verso il futuro. Insomma, una sorta di faro di luce o uno scudo che difendesse attivamente la propria civiltà, che in cambio aveva l’onere di venerarle con apposite cerimonie in date dotate di particolare significato, in cui la cittadinanza tutta veniva coinvolta.

Questo atteggiamento reverenziale ha radici profonde, che affondano nelle tenebre precedenti alla storia, e si riallacciano a miti ancestrali insiti nel volkgeist di ogni popolo. Un esempio emblematico tra tutti, estremamente affascinate e significativo in quanto ci permette di analizzare come questo fenomeno nasce, vive e muore (o muta) con l’avvicendamento dei secoli, è oggetto di questo articolo sui «Pignora Imperi», ovvero dei sette «Signa Fatalia» che hanno permesso a Roma di dominare il mondo.

Partiamo dall’etimologia della parola. In latino il termine “pignus” ha il significato di garanzia, ipoteca, ostaggio, prova e testimonianza. Per i romani, quindi, i pignora erano degli oggetti sacri, concessi dagli dèi all’Urbe come segno tangibile del loro favore verso la città capitolina, una vibrante e concreta testimonianza fisica della scelta divina di proteggerla. Insomma, questi erano delle vere e proprie «Ierofanie», espressione concreta e reale del sacro e della religio dei padri, rinnovata dagli ordini sacerdotali capitolini per secoli e secoli, dalle vicende mitiche della monarchia fino all’impero di Augusto.

I Pignora Imperi, o Signa Fatalia, per la tradizione sono sette. Un numero anch’esso sacro e fortemente simbolico per la tradizione romana, basti pensare ai sette sovrani leggendari di Roma (Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Servio Tullio, Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo), o ai sette colli in cui venne fondata la città (Palatino, Aventino, Campidoglio, Quirinale, Celio, Esquilino e Viminale). Eppure Roma aveva moltissime altre reliquie o luoghi sacri come, ad esempio, il lituo di Romolo, i caducei di ferro e bronzo di Lanuvio e la lancia e lo scudo di Marte conservati nella Regia, per non parlare del Lapis Niger.

Questo è un antichissimo reperto legato all’origine della città eterna, situato ancora oggi nell’area del Foro Romano, a poca distanza dalla Curia Iulia. Il suo nome – Lapis Niger – deriva dal fatto che fosse stato coperto da lastre di marmo nero che si riallacciavano alla sinistra leggenda circa la tomba profanata di Romolo. Durante alcuni scavi condotti alla fine del XIX secolo, sul posto venne rinvenuto un altare con un cippo che presentava un’iscrizione bustrofedica (che adatta in forma di scrittura l’andamento dell’aratura nei campi, alternando le frasi da sinistra a destra e da destra a sinistra) in lingua latina arcaica, risalente alla metà del VI secolo a.C.

«QUOI HON […] / […] SAKROS ES / ED SORD […]

[…] OKA FHAS / RECEI IO […] / […] EVAM / QUOS RE[…]

[…]KALATO / REM HAB[…] / […]TOD IOUXMEN / TA KAPIAD OTAV[…]

[…]M ITER PE[…] / […]M QUOI HA / VELOD NEQV[…] /[…]IOD IOUESTOD

LOVQVIOD QO[…]»

Il testo è una prescrizione di carattere religioso, forse un divieto di passaggio sul luogo, pena una terribile maledizione garantita dalle divinità infere. Per tale motivo alcuni studiosi hanno ipotizzato che il sito fosse un antico sepolcro, forse di Romolo stesso (anche se la tradizione più celebre egli ascese al cielo dentro una nube, durante una notte di tempesta) che non doveva mai e poi mai essere profanato.

Un altro luogo sacro della città era il mundus, ovvero la fossa fondativa posta al centro della città sempre da Romolo. Qui il primo sovrano dell’Urbe aveva gettato una selezione di primizie di tutto ciò che è buono secondo la tradizione e necessario alla natura e, nel contempo, un pugno di terra del paese da cui proveniva ciascuno dei suoi compagni. Una volta compiuto tale atto sacro, il mundus era stato sigillato per sempre.

Il mundus di Romolo, una fossa circolare scavata nel suolo vergine, costituì quindi il centro intorno al quale fu tracciata la cinta della città. Una volta chiusa, vi venne posto un altare, sopra il quale venne tenuto acceso il fuoco sacro della città, protetto dalla dea Vesta. In origine il mundus era situato nel Palatino, il colle in cui egli aveva fondato la città dopo aver ucciso Remo in uno dei più celebri fratricidi della storia umana. Solo in seguito il mundus venne spostato nell’area dell’attuale foro repubblicano, quando i villaggi del Palatino, del Campidoglio e del Quirinale si unirono in una sola città. A quel punto il tempio di Vesta, e il mundus, vennero posti in un terreno neutro centrale, ovviamente con un’apposita cerimonia di immenso valore sacrale, volta a mantenere la pax deorum.

Dopo questa introduzione possiamo addentrarci nel cuore dell’articolo, analizzando uno per uno i sette Pignora Imperii. La lista è giunta sino a noi tramite le parole di Servio Mario Onorato, un intellettuale romano del IV secolo d.C., quando la tradizione pagana del suo mondo stava subendo i colpi della nuova, rampante religione promossa da Costantino e figli, il Cristianesimo.

Questa la lista, che andremo ad analizzare poi nello specifico:

  • Scettro di Priamo

  • Velo di Ilione

  • Palladio di Atena

  • Ceneri di Oreste

  • Quadriga dei Veienti

  • Ancilia

  • Ago di Cibele

Lo Scettro di Priamo

L’origine mitica di questo oggetto si rifaceva alla tradizione troiana, quindi risalente a quasi cinque secoli prima rispetto alla fondazione dell’Urbe nel 753. Lo scettro del grande sovrano di Troia, sconfitto e ucciso dopo dieci anni di guerra terribile contro gli achei cantati da Omero, era stato traslato da Enea tramite il suo lungo vagare fino al Lazio, il quale lo offrì come dono e segno di alleanza a re Latino. Questo passaggio è fondamentale, in quanto uno dei massimi simboli di potere della patria perduta venne così consegnato ad un sovrano a cui Enea si unirà per matrimonio, sposandone la figlia Lavinia. Con tale atto il principe troiano e il suo popolo accettano il destino imposto loro dagli dèi, ovvero di fondare una nuova patria nel Lazio da cui sarebbe nata una stirpe capace di giungere fino alle stelle.

Lo scettro venne conservato per mille anni sul colle Palatino, legato prima alla monarchia romulea e poi all’impero di Augusto. Il suo valore simbolico era legato alla regia potestas, l’autorità regale, e alla societas, ovvero l’alleanza.

Il Velo di Ilione

Anche questo oggetto sacro si riallacciava alla storia di Troia e alla famiglia di Priamo. Ilione, infatti, era la figlia maggiore del grande sovrano, andata in sposa al re della Tracia, Polimestore. La tradizione vuole che venne indossato da Elena di Sparta quando sposò Paride, durante il fatale conflitto con gli achei. La storia di Ilione è tragica, in quanto le era stato affidato dal padre uno dei suoi cinquanta fratelli, Polidoro.

Alla fine del conflitto, però, Agamennone minacciò suo marito di guerra se non avesse estinto del tutto la schiatta di Priamo, sopprimendo il giovane. Secondo una versione della leggenda, Ilione aveva scambiato il figlio Deipilo con Polidoro, portando così alla salvezza del fratello al prezzo della vita del frutto del suo grembo. In altre Polidoro era stato comunque ucciso dal pavido marito di lei. In ogni caso quest’ultima si vendicò dell’uccisione del figlio o del fratello uccidendo Polimestore, che non aveva rispettato le leggi dell’ospitalità e del legame familiare.

Per questo motivo il valore simbolico del velo fu la iustitia, legata al rispetto delle sacre leggi divine e umane.

Il Palladio di Atena

Il Palladio è il terzo oggetto sacro giunto fino a Roma dalla lontana – nel tempo e nello spazio – Ilio. L’aspetto significativo di questo manufatto, che rappresentava in forma stilizzata la dea Atena armata di lancia e scudo, è che secondo la tradizione cadde dal cielo nel momento in cui si stava fondando Troia. Un oracolo legato a quell’accadimento straordinario predisse che mai la città sarebbe caduta fino a che questa reliquia sacra ad Atena fosse stata custodita e onorata all’interno delle sue mura. La predizione, però, venne messa a conoscenza di Ulisse e Diomede, che riuscirono a trafugarla durante l’assedio, permettendo la presa e la conseguente distruzione di Ilio. In seguito, forse per espiare agli immani lutti causati da quell’azione, Ulisse consegnò il Palladio ad Enea, affinché fondasse una nuova patria sotto la protezione della divinità che aveva tutelato fino a quel momento la sua stirpe.

Per questo motivo il Palladio è stato uno degli elementi più importanti del concetto dell’aeternum imperii di Roma, garantito dalla promessa di Giove al figlio di Venere (Enea, tramite il padre Anchise) di poter godere di un nuovo e ancora più glorioso futuro che aveva origine nella morte di Troia. La civitas aeterna, insomma, sarebbe nata come una fenice dalle ceneri di Ilio.

Il Palladio, perciò, diventava uno dei talismani più importanti per la religio capitolina, legato indissolubilmente alla sua sopravvivenza nei secoli a venire, tanto da essere affidato al suo collegio più sacro, quello delle vestali. Per oltre mille anni venne ospitato quindi nel santuario di Vesta, sopra il mundus, e solo la Vestalis Maximas, la più anziana ed esperta tra loro, poteva vederlo direttamente e maneggiarlo senza diventare cieca, tanto era il potere divino contenuto al suo interno.

Il suo valore simbolico era legato alla vis, la forza, e alla sapientia, la saggezza.

Le Ceneri di Oreste

Oreste, figlio di Agamennone e Clitemnestra, si era visto costretto ad uccidere la madre dopo che questa aveva assassinato suo padre insieme al suo amante Egisto. Una tale orgia di sangue aveva avuto origine più di un decennio prima con il sacrificio di sua sorella Ifigenia, necessario per placare gli dèi offesi dalla superbia di Agamennone, che non gli permettevano di far vela verso Troia. Oreste, per il crimine di aver tolto la vita a colei che lo aveva messo al mondo, venne perseguitato dalle Erinni per lunghi anni, fino a che non si era fatto giudicare e prosciogliere dall’Aeropago di Atene per il reato commesso.

Una variante italica del mito, invece, raccontava che Oreste aveva ritrovato la sorella Ifigenia in Tauride, in quanto all’epoca del presunto sacrificio era stata salvata dalla stessa dea Artemide, che in cambio le aveva richiesto di diventare una sua sacerdotessa in quella terra ai limiti del mondo. Recuperata la sorella, egli aveva viaggiato con lei con il simulacro sacro della dea fino al Lazio, giungendo infine presso il bosco di Aricia o Nemus Arcinum, dove era morto in pace, libero dalla furia delle Erinni. Fu là che i romani, dopo aver sconfitto la Lega Latina, ne avevano prelevato i resti per portarli nell’Urbe, seppellendoli sotto la soglia del tempio di Saturno, vicino al tempio della Concordia.

In tal modo le ceneri dell’eroe divennero un simbolo di pax deorum, in quanto Oreste era alla fine riuscito a ristabilire interrompendo la catena di violenza nata dal sacrificio di Ifigenia e culminato nel matricidio di Clitemnestra.

La Quadriga dei Veienti

Secondo la leggenda, Tarquinio il Superbo aveva ordinato ad un artista di Veio una quadriglia di creta che doveva rappresentare idealmente il carro di Giove, in modo da poterlo collocare al di sopra del fastigio del suo tempio capitolino. Il fato volle che, però, durante la cottura l’opera si gonfiò a tal punto che, per portarla alla luce fu necessario distruggere il forno stesso. Avendo compreso il valore del prodigium, i veienti rifiutarono di consegnare la quadriglia all’ultimo re di Roma, e solo con la forza furono costretti a cederla quando Veio stessa fu sottomessa. La quadriga venne quindi solennemente condotta sul Campidoglio, e posta sul tempio consacrato dal console Marco Orazio.

Il valore della quadriga era legato al carattere straordinario della sua creazione, che trascendeva in modo inoppugnabile la normalità e quindi, di conseguenza, diventava il segno di una precisa volontà divina di intervenire nelle vicende umane. I suoi attributi sacri erano la magnificentia e l’excellentia.

I dodici Ancilia

Questa serie di talismani ha origine al tempo di Numa Pompilio, secondo re di Roma famoso per la pietas religiosa e per aver codificato molte delle usanze, dei collegi sacerdotali e dei riti più antichi e importanti della religio capitolina. La tradizione narra che a quel tempo una terribile epidemia stava flagellando la popolazione, fino a che non intervenne lo stesso dio Marte, nella forma di Mars Gradivus (un attributo legato ad una lontana origine agricola della divinità nel mondo italico) che fece scendere un grande scudo di bronzo a forma bilobata dal cielo, ponendo fine alla pestilenza.

In seguito, la ninfa Egeria mise sull’avviso Numa del fatto che lo scudo avrebbe dato troppo potere all’uomo che lo avesse brandito da solo, e perciò egli commissionò al mitico fabbro Mamurio Veturio la forgiatura di altri undici scudi, identici in tutto e per tutto all’ancile divino.

A quel punto la serie di dodici ancilia, legata ad un altro numero sacro, stavolta legato al cielo (mesi, segni zodiacali), venne affidato a dodici giovani patrizi che andarono a comporre il primigenio collegio dei Salii, uno degli ordini religiosi più antichi e prestigiosi dell’Urbe. Gli ancilia vennero custoditi nella Regia di Numa, per poi venire spostati all’interno del tempio di Marte, sul Palatino.

Alle idi di marzo, mese sacro al dio che gli dava il nome, i Salii portavano gli ancilia in processione per le vie della città eterna, percuotendoli con delle aste mentre cantavano e danzavano con un peculiare ritmo a tre tempi. Alla fine del mese i talismani venivano solennemente riposti all’interno del tempio, ed era vietato intraprendere operazioni militari prima di quella data.

Il loro valore sacro era legato ai concetti di difesa e protezione civica indicati dalle parole latine di tutela, custodia e praesidium.

L’ago di Cibele

Questo talismano è stato il più recente in termini di accesso al mondo del sacro romano. La sua origine infatti è storica e ben documentata, in quanto avvenuta in piena Seconda Guerra Punica. All’epoca la città era in preda allo sgomento per le sconfitte subite per opera di Annibale Barca, che mettevano a rischio la sopravvivenza stessa della Res Publica. Si decise quindi di consultare i Libri Sibillini in cerca di una risposta per placare l’ira degli dèi, unica ragione che poteva giustificare le catastrofi militari che i capitolini stavano subendo per mano del nemico punico.

Questo fu il vaticinio che venne loro riferito: «La Madre è assente: ti impongo, o romano, di cercare la Madre. Quando arriverà, dovrà essere ricevuta da mano casta».

L’interpretazione che ne venne fatta fu quella di ottenere la protezione di Cibele, che aveva il suo tempio più importante presso Pessinunte, in cui era custodita una pietra nera caduta dal cielo di forma conica, caratteristica indicata dal nome stesso: ago (acus, in latino).

Venne mandata un’ambasciata ad Attalo, re di Pergamo amico di Roma, che acconsentì all’invio della reliquia in Italia. La pietra nera venne solennemente ricevuta da Publio Scipione Nasica nel 204 a.C. dopo che la nave arenatasi poco lontano dalla costa per volere divino fu smossa dalle preghiere della vestale Claudia Quinta, ingiustamente accusata di impudicizia. Le matrone delle famiglie più nobili e antiche della città scortarono entrambe fino a Roma, dove il talismano fu posto nel tempio della Vittoria, sul Palatino. Due anni dopo Annibale venne sconfitto a Zama, ponendo fine alla più grande minaccia subita dall’Urbe fin dagli anni bui dell’invasione celtica di Brenno.

Da quel momento l’ago di Cibele rimase custodito sul Palatino, all’interno della bocca della statua della dea stessa, in un tempio apposito a lei dedicato. Poteva essere maneggiata solo dai suoi sacerdoti castrati detti «galli», che durante le sue feste portavano avanti delle processioni dotate di tratti sanguinosi e truculenti. L’ultima citazione di questa reliquia del mondo antico ci viene portata da Arnobio, che racconta quanto Serena, moglie di Stilicone, nel 394 la rimosse per sempre dal suo altare, cacciando l’ultima vestale a guarda del simulacro.

Il suo valore era la numina potestas, ovvero la potenza divina, capace di influenzare i destini degli uomini con la sua forza.

La scomparsa dei Pignora Imperii e la fine della Romanitas

Il valore dei Signa Fatalia, come predetto, era determinante per garantire l’eternità del potere di Roma. Il favore divino, necessario affinché la sua potenza rimanesse forte e salda, sarebbe perdurato fino a che i romani avessero continuato a custodire e onorare tali reliquie seguendo i riti ancestrali condotti generazione dopo generazione per secoli. Fino a che fossero stati conservati entro le mura di Roma e venerati, la città avrebbe prosperato. Se mai fossero stati rubati o profanati da mani indegne, sarebbe stata la fine.

Un segno di quanto fosse importante questo aspetto non solo nella vita religiosa, ma anche pubblica dell’Urbe, è testimoniato dal «caso» di Quinto Valerio Sorano, che venne condannato a morte nell’82 a.C. per aver enunciato pubblicamente il nome segreto di Roma. Nel mondo antico, infatti, le città avevano un nome ufficiale e un nome sacro, che non si doveva mai rivelare. In caso contrario, un nemico avrebbe potuto officiare una exauguratio, in pratica rubare l’anima più sacra e intima della città, facendone scappare i numi protettori, permettendone la conquista e la distruzione.

Tra IV e V secolo d.C. una nuova religione giunta dall’Oriente non si fece però alcuno scrupolo di calpestare, cancellare e mandare nell’oblio un millennio di tradizione, bollandola come un insieme di superstizioni puerili e vuote: il Cristianesimo.

Con l’editto “Cunctus populos” del 27 febbraio del 380 questa fede venne elevata a unica religione lecita dello Stato Romano, e dieci anni dopo, con il “Nemo se hostiis polluat” del 24 febbraio 391 e il “Gentilicia constiterit superstitione” dell’8 novembre 392 venne bandito ogni sacrificio, anche privato come quello dei larii, genii e penates, l’ingresso ai templi e santuari non cristiani e l’adorazione di statue, reliquie o talismani in città e in campagna.

Gli ultimi due sfregi giunsero in seguito alla sconfitta definitiva della fazione “pagana” in Occidente dell’imperatore Eugenio e il suo generale Flavio Arbogaste, le cui forze vennero annientate presso il fiume Frigido nel 394 da Teodosio. Fu in seguito al giro di vite imposto da quest’ultimo e dalla sua longa manus in Italia, Stilicone, che l’Ara Victoriae, posto all’interno della Curia Iulia da Augusto stesso, venne rimosso e distrutto. Sempre nello stesso anno venne spento ufficialmente il fuoco di Vesta, sciogliendo con la forza l’ultimo collegio delle vestali.

La furia degli dèi si manifestò di lì a poco, con il primo sacco di Roma da parte dei goti nel 410 e il collasso dell’Occidente negli anni a venire. Eppure, nonostante ciò, è veramente andato tutto perduto?

Di tali venerabili simulacri si perdono le tracce con Teodosio e Stilicone. Eppure sono le tracce ufficiali, più visibili ed esteriori, come i templi e le processioni pubbliche. Da alcuni frammenti e tracce sembra che, però, alcuni membri dell’aristocrazia senatoria il cui nome poteva risalire fino all’epoca della repubblica o perfino della monarchia, si siano affrettati a seppellire i talismani più antichi e sacri della città in luoghi appartati e sicuri, tramandandone la memoria di padre in figlio all’interno delle tradizioni della propria gens.

E forse ancora ora, in silenziosa attesa, dopo quindici secoli da quei fatti lontani di tenebra e ignoranza, i pignora potrebbero riposare in attesa di tornare a vedere la luce a proteggere la civiltà a cui sono stati donati dai numina stessi.

2 commenti su “PIGNORA IMPERII, I SETTE “SIGNA FATALIA” DI ROMA ANTICA

  1. Complimenti per questo bellissimo testo. Perché non farne un opuscolo o un libro e pubblicarlo. Non c’è nulla che ami più delle pagine di carta.

    1. Carissimo Luigi, la ringraziamo molto per i complimenti che riporteremo all’autore dell’articolo.
      Grazie anche per il suggerimento, l’idea ci piace moltissimo

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