Numi, rituali e collegi sacerdotali di Roma Antica – Parte 1

Riceviamo e pubblichiamo con piacere l’articolo dell’amico e serio ricercatore Alberto Massaiu che ci guida all’interno della religiosità di Roma Antica…

Premessa imprescindibile a questo articolo è che, perlomeno nei secoli che vanno dalla mitica età monarchica fino alla conclusione delle Guerre Puniche, con la conseguente espansione nel Mediterraneo e in Oriente, la religione dei romani risultava una religione “civica”, al cui culto potevano essere ammessi tutti i cittadini. Insomma, non serviva alcuna conversione, iniziazione o rivelazione, come avverrà in seguito con il Mitraismo o il Cristianesimo.

Ancora, la religio romana risultava essere più un sistema giuridico-rituale che misterico-spirituale. I gesti, gli oggetti da portare, le vesti da indossare, le parole da pronunciare, i giorni da rispettare erano strettamente regolamentati, e andavano rispettati scupolosamente per non cadere nella sventura, derivante dalla violazione della pax deorum.

La figura a cui è attribuita tutta la compilazione e il riordino dei rituali è il secondo re di Roma, Numa Pompilio, considerato il legislatore primordiale dell’Urbe. Si narra che questi avesse fatto seppellire tutti gli scritti che riportavano le ragioni esoteriche che spiegavano i rituali, secondo il principio che tale sapere dovesse venire tramandato solo oralmente all’interno dei vari collegi sacerdotali della città. Quello che poteva stare scritto e pubblico furono solo i gesti e i precetti, così da poterli rispettare scupolosamente in ossequio alle disposizioni divine.

Quindi [Numa Pompilio] scelse fra i senatori come pontefice Numa Marcio figlio di Marco e, dopo averli trascritti e autenticati, consegnò a lui tutti i testi dei rituali: con quali vittime, in quali giorni, a quali templi si dovessero fare i sacri riti e da dove si dovesse ricavare il denaro per le relative spese. Affidò all’autorità del pontefice anche ogni altra materia religiosa pubblica e privata, affinché ci fosse un punto di riferimento per il popolo e nulla concernente il diritto divino fosse turbato tramite la negligenza dei patrii riti e l’introduzione di quelli stranieri” – Tito Livio –

Il primo gruppo di sacerdoti furono effettivamente i pontefici, al cui vertice – quello che diventerà il pontefex maximus – in origine stava il sovrano nella sua duplice funzione di guida politica e religiosa dello Stato.

Le incombenze sacre degli ordini più celebri, che vedremo in questo articolo, sono i Pontefici, i Flamini, i Feziali e gli Auguri. Per comprendere le loro funzioni bisogna rimandare al substrato religioso più arcaico di Roma, che affonda nelle origini indoeuropee dei popoli latini.

Avevamo quindi cinque divinità tra cui Ianus (Giano), Iuppiter (anche detto Dius Pater, ovvero Giove), Mars (Marte), Quirinius (Quirino) e infine Vesta. Il cuore di questo schema sacro era assegnato alla Triade Capitolina di divinità maggiori, che si rispecchiava perfettamente con le tre figure dei flamini maggiori e le tre funzioni di sovranità, forza guerriera e fecondità.

I pontefici sono stati, fin dall’epoca più oscura e remota degli albori della Res Publica, i cronisti della storia della città, registrata scrupolosamente nei loro Annales Maximi. Eppure, essi non furono mai il rango più elevato a livello religioso, in quanto il sistema romano, estremamente conservatore, preserverà per secoli l’antico ordine primitivo, in cui si riteneva che la gerarchia dei sacerdoti andasse a riflettere quella degli dèi, secondo l’ordine di importanza. Al vertice stava il Flamine Diale, che rimandava al Giove Celeste. Dopo di lui veniva il Flamine Marziale, poi quello Quirinale e solo per quarto il Pontefice Massimo. Il paradosso, però, è che a livello operativo era quest’ultimo che coordinò e supervisiono sempre i primi, vigilando sul loro operato.

Collegio pontificale e Pontifex Maximus

Graziano, imperatore d’Occidente, fu colui che, nell’estate del 376 d.C., rifiutò di ricoprire il ruolo di Pontifex Maximus che, fin dai tempi di Augusto, era stato ricollegato alla figura del sovrano, in quanto incompatibile con la sua fede cristiana. Con questo gesto radicale si perse quel connubio di potere politico, militare e religioso che era connaturato alla dignità monarchica, che nel Medioevo europeo porterà ai conflitti tra i re e le gerarchie religiose legate alla figura del Papa.

L’origine del nome è oscura. Secondo Varrone si rifà molto probabilmente al primo ponte di Roma, il Pons Sublicius, interamente edificato in legno sopra il Tevere. La sua importanza strategica per la città in quei tempi remoti potrebbe aver giustificato il porre a sua protezione gli dèi, supportati da un apposito collegio sacerdotale. Secondo altri il termine pontifex deriva invece da posse et facere, ad indicare la persona idonea ad eseguire gli atti sacri. Le due argomentazioni potrebbero coincidere in quanto il pontefice diventa effettivamente un ponte tra gli dèi e gli uomini attraverso il compimento di specifiche e dettagliate procedure rituali.

A Roma non esisteva una vera e propria casta sacerdotale, e spesso l’esercizio di funzioni religiose rimaneva collegata all’esercizio stesso di certe magistrature dello Stato. Primo simbolo tra tutti il re, che era legislatore, sacerdote, guerriero e capo del popolo tutto. Nei tempi remoti, il sovrano aveva al suo fianco un pontifex che operava più come un esperto dei riti che come figura mistica, caratteristica che invece risultava infusa nel monarca. Caduto il sistema regale, il potere civile e militare venne diviso tra i due consoli eletti ogni anno, mentre quello sacerdotale passò al Pontifex Maximus. A testimonianza di ciò, le insegne monarchiche vengono ricollegate ad entrambe le figure, ovvero i littori e la sella curilis, il trono d’avorio che spettavano ai sovrani.

Da qui, il massimo collegio sacerdotale di epoca repubblicana venne composto da:

  • Pontefice Massimo, capo di tutto il collegio
  • I pontefici, che passarono da un minimo di 5 ad un massimo di 16 all’epoca di Cesare
  • I tre Flamini Maggiori: il Diale, il Marziale e il Quirinale
  • Il Rex Sacrorum
  • Le Vestali

 

Il collegio pontificale assistette la vita dello Stato romano per buona parte della sua storia, in perfetta comunione con il Senato e le supreme magistrature durante le elezioni, la consacrazione di edifici sacri, la celebrazione dei matrimoni più solenni mediante la confarreatio, la redazione del calendario e vigilava sugli altri ordini sacerdotali. Ad attestazione di questo status il Pontifex Maximus aveva ereditato come propria sede la Regia, l’antica casa del sovrano sita nel foro, posta a poca distanza dal tempio di Vesta con il suo Fuoco Sacro. L’attività pontificale, quindi, era strettamente correlata alla vita civile – compresa quella giudiziaria – dell’Urbe. Tra le loro competenze vi erano quelle di custodire le legis actiones, necessarie per agire in giudizio, e quando le funzioni giudiziarie passarono a magistrati civili essi rimasero comunque giureconsulti.

Si dovrà aspettare il 304 a.C. per vedere incrinato questo monopolio che legava il collegio alla classe senatoria agraria e patrizia, che portò pian piano a scindere il diritto civile da quello pontificale, determinando una maggior laicizzazione dello Stato.

Ad ogni modo il ruolo di Pontifex Maximus ebbe sempre un’aura di sacralità tale da renderlo un passaggio importante per chi volesse ambire ad una crescita politica, e tale carica venne ricoperta da Caio Giulio Cesare, Marco Emilio Lepido e infine Ottaviano, che la legò indissolubilmente alla carica di imperatore fino al già citato episodio di Graziano. Nella sua opera di rinnovamento delle tradizioni, Augusto decise che i pontefici potessero appartenere solo alla classe senatoria, e trasferì la Regia, con tanto di statua e altare di Vesta, presso la sua residenza sul Palatino, trasformando la casa imperiale nel centro politico, amministrativo e anche religioso di Roma, in una sorta di ritorno all’epoca monarchica.

Il Rex Sacrorum

Questo sacerdote fu per quasi un millennio un residuato del re-monarca dell’epoca prerepubblicana. Egli era un sovrano senza corona, che si occupava principalmente di sacrifici, da cui derivava anche un’altra denominazione: rex sacrificiorum.

La sua carica era inviolabile e vitalizia, dotata di immenso prestigio, eppure totalmente svuotata di imperium, e quindi incompatibile con qualsiasi magistratura. Per ricoprire tale carica, che veniva assegnata dal pontefice massimo, erano richiesti specifiche caratteristiche sociali e morali. Bisognava essere nati da una famiglia patrizia di genitori confarreati, e ci si doveva sposare con lo stesso rito. Tra i suoi privilegi vi era quello di utilizzare le carrozze pubbliche per recarsi ai sacrifici, ma aveva anche molti limiti, cosa che portò la carica a risultare spesso vacante nella tarda repubblica.

Il Rex Sacrorum aveva uno speciale rapporto con il dio Giano, e perciò risultava intimamente legato allo scorrere del tempo e delle stagioni, esercitando varie funzioni e sacrifici legati al calendario.

Alberto Massaiu

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