NUMI, RITUALI E COLLEGI SACERDOTALI DI ROMA ANTICA – PARTE 2

I tre Flamini

I flamini erano divisi in tre maiores e dodici minores. I tre principali costituivano la parte apicale della classe sacerdotale e per secoli vennero scelti solo tra la classe dei patrizi. Le loro figure rimandavano all’ancestrale Triade Capitolina, perciò il Flamen Dialis per Iuppiter, il Flamen Martialis per Mars e infine il Flamen Quirinalis per Quirinius. I flamini maggiori avevano un enorme potere e godevano di una grandissima influenza e prestigio nell’Urbe.

Il termine stesso di Dialis, che rimanda al concetto del cielo – dius, in latino -, legava il più importante tra i flamini a Giove Uranio, nella sua attribuzione più alta di signore celeste. Questa correlazione rendeva quella del Flamine Diale una delle cariche più prestigiose di tutto il sistema religioso romano. Tale status, però, imponeva al suo possessore – sacerdos adsiduus Iovi – una serie di obblighi molto gravosi legati alla purezza rituale che doveva manifestare la persona incaricata.

Primo tra tutti, la presenza costante all’interno del Sacro Pomerio della città, come accadeva per le vergini vestali per il fuoco di Vesta, che andava a simboleggiare la continua vigilanza di Giove su Roma. Egli doveva rimanere puro – castus – e quindi permanevano nella sua persona numerose limitazioni, divieti e astinenze (che si estendevano anche a sua moglie, la Flaminica) quali:

  • Non compiere alcun lavoro, e non vedere alcuno eseguire lavori manuali (perciò aveva un littore che sgomberava la strada davanti a lui)
  • Montare a cavallo
  • Vedere un esercito in armi fuori dal Sacro Pomerio
  • Pernottare fuori dal letto della propria casa (ribattezzata Flaminia) per più di due notti consecutive, e solo dietro consenso del Pontefice Massimo
  • Portare dei nodi sui suoi abiti, oppure anelli (a meno che non fossero spezzati e/o aperti)
  • Fare giuramenti
  • Toccare cadaveri o entrare in luoghi in cui venivano eseguiti i roghi pubblici
  • Spogliarsi a cielo aperto
  • Divorziare

In più doveva appartenere alla classe patrizia, essersi sposato secondo il rito della confarreatio, portare sempre in testa il suo berretto tradizionale, l’apex, tenere sempre vicino al suo letto un vassoio con focacce sacrificali specifiche, dette strues e fertum e molto altro. Numerose regole vincolavano anche sua moglie.

In compenso, era la figura essenziale per alcuni dei riti più antichi della città, come ad esempio la celebrazione dei matrimoni tradizionali secondo la procedura della confarreatio, e godeva di un assoluto prestigio, tra cui portare la toga praetexta e sedere in Senato sulla sella curilis. Risultava, però, sempre sotto la giurisdizione del Pontefice Massimo.

Il Flamen Martialis, invece, era legato alla tutela protettiva della città attribuita all’omonimo dio. Nel sacrario di Marte della Regia si trovava una lancia a lui consacrata, che indicava il furor che questi faceva penetrare devastatore nel territorio del nemico. In questo contesto vanno ricompresi anche gli ancilia, la serie di dodici scudi ricompresi nella lista dei Signa Fatalia di Roma. Animale prediletto del Nume era il lupo, che si ricollega al mito fondativo dell’Urbe stessa.

Questo flamine era molto meno vincolato rispetto al Diale, anche se purtroppo sono rimaste poche tracce rispetto a quali rituali fosse collegato. L’unico citato per certo è quello del Cavallo di ottobre, una corsa di bighe che si svolgeva presso il Campo Marzio. In questo antichissimo rituale che affonda le sue origini nelle tenebre del mondo religioso indoeuropeo, il cavallo attaccato al lato destro della biga vincitrice veniva sacrificato proprio dal Flamine Marziale con un colpo di giavellotto. La sua testa ancora sanguinante veniva quindi contesa tra i cittadini ed esposta nel proprio quartiere. La sua coda, invece, veniva portata di corsa fino alla Regia, dove veniva fatta sgocciolare sul focolare, in onore degli dèi.

Tale cerimonia, di per sé macabra e sanguinolenta per i gusti dei nostri tempi, in epoche remotissime serviva a fortificare i poteri mistici del sovrano, per poi passare ai supremi magistrati della Repubblica. Ad ogni modo non sopravvisse al passaggio in età imperiale, e il flamine di Marte divenne una pallida ombra di antichi culti il cui ruolo risultava svuotato di ogni funzione pratica.

Il flamine di Quirino, ultimo tra i maggiori, risulta perfino meno delineato del precedente. Questi era il Nume che presiedeva alla pace, legato alla prosperità, alla fecondità, al benessere della popolazione romana. Da questo derivava che il titolare di tale ufficio presiedesse a feste relative all’agricoltura, specialmente legate al farro, cereale essenziale per l’alimentazione dei romani delle origini, legato a doppio giro ai rituali più antichi della città (basti pensare alla confarreatio).

Al dio Quirinio erano dedicati i Quirinalia del 17 febbraio, ed era compreso nei Consualia del 21 agosto, nei Robigalia del 25 aprile e nelle Larentalia del 23 dicembre, queste ultime dedicate ad Acca Larenzia, mitica moglie del pastore Faustolo, che si erano presi in carico gli orfani Romolo e Remo dopo il loro abbandono presso il fiume e l’allattamento da parte dalla lupa.

Quirinius era anche il dio che presiedeva alle antiche curie in cui era ripartita la popolazione dei romani, che erano agricoltori e allevatori in tempo di pace e soldati (milites) in tempo di guerra. L’etimologia stessa con cui si definivano era per l’appunto Populus Romanus Quirites.

Da questo si deducono molti punti in comune con quello Marziale, in quanto facce di due momenti diversi della vita della popolazione, civica e bellica. Anche qui, però, il tempo trasformò il flamine in una crisalide sempre più vuota e formale, mancante di funzionalità pratica via via che la repubblica italica diventava un impero Mediterraneo.

I Feziali

I Fetiales erano un collegio sacerdotale che si potrebbe definire specializzato, in quanto incaricati di preservare gli aspetti formali del diritto internazionale e del diritto bellico dell’Urbe. Se gli àuguri vigilavano sul diritto dell’ager Romanus, i feziali facevano altrettanto per l’ager peregrinus. L’origine storica del collegio dei feziali – 20 in totale – affonda nella tradizione dei popoli italici in generale e latini in particolare. Usando un paragone con tempi più moderni, i feziali seguivano le prassi condivise di una sorta di diritto internazionale che veniva giudicato come vincolante da una vasta gamma di popoli incluso quello romano.

Compito esclusivo dei feziali era quindi portare avanti quelle cerimonie o rituali che conferivano alle decisioni politiche un valore sacro conforme al fas di Giove, nella sua attribuzione di garante dei giuramenti. A questi rituali si aggiungeva poi il fatto di essere consultati come veri e propri esperti di giurisprudenza internazionale in caso di trattati o controversie tra Roma e i suoi vicini.

Uno dei rituali più suggestivi a loro associati era quello della dichiarazione formale di guerra, quando questa era stata proclamata come purum piumque duellum. Qui il feziale capo del collegio, detto Pater Patratus, scagliava verso il territorio nemico, una volta giunto al confine tra questo e il territorio romano, un giavellotto dalla punta di legno di corniolo indurita dal fuoco o di ferro. Questa tradizione venne rispettata anche in tempi storici, come contro Pirro o Antioco II di Siria, e perfino da Augusto contro Cleopatra, o contro i marcomanni ai tempi di Marco Aurelio.

In pratica l’ordine dei feziali era il difensore della dignità e dell’orgoglio di Roma. Ogni offesa all’Urbe doveva ottenere soddisfazione e, quando non possibile attraverso il negoziato, allora la guerra diveniva non solo necessaria ma anche giusta e legittima di fronte ai Numi Celesti.

Gli Àuguri

Il collegio degli àuguri era, dopo il collegio dei pontefici, il più importante collegio religioso dell’antica Roma. La sua origine è antichissima, tanto da risultare legata a doppio filo con la fondazione stessa dell’Urbe, quando Romolo e Remo si confrontarono attraverso l’osservazione del volo degli uccelli per decidere chi avrebbe dovuto fondare la città eterna.

Da quel momento mitico si desume che il primo àugure fosse stato il sovrano stesso di Roma, e da qui il fatto che tale funzione fosse tra le più sacre e prestigiose, in quanto legata ad interpretare il volere degli dèi.

Secondo il diritto augurale gli auspicia – ovvero gli accadimenti che potevano accadere in forma pubblica o privata – annunciavano l’avvenire, ma non lo determinavano per certo. Qualcosa, insomma, poteva intervenire per modificarlo. Ad ogni modo i romani rimasero molto ancorati alla tradizione, tanto da creare un collegio di specialisti che avrebbero dovuto essere al servizio esclusivo dello Stato, gli Augures publici populi Romani Quiritium.

Questi si sarebbero dovuti ispirare alle ancestrali norme tramandate oralmente prima e in forma scritta poi dal leggendario optimus augur, Romolo, capace di interpretare per primo la volontà di Giove Ottimo Massimo. In seguito Numa, grande ordinatore del sistema religioso della città, aveva istituito il collegio, scegliendo un àugure dalle tre tribù originali dei Ramnes, Tizii e Luceres.

A livello esteriore gli àuguri si distinguevano dalle vesti, come la trabea, un corto mantello listato di porpora, e il lituo. La disciplina operativa dei rituali rimase sempre orale, destinata quindi a rimanere segreta, mentre a livello pubblico si potevano consultare una serie di commentari e la giurisprudenza augurale, contenuta dentro i decreta e i responsa augurum.

I segni divini che gli àuguri erano chiamati ad interpretare erano quelli ex caelo (es. folgori, lampi e tuoni), ex avibus (es. canto o volo degli uccelli come aquile, corvi, civette, upupe), ex quadrupedibus (es. cavalli, cani, lupi), ex diris (una sorta di categoria residuale rispetto agli altri, come uno starnuto o un inciampo) ed ex tripudis o pullaria (polli, spesso prima delle votazioni politiche, dell’inaugurazione di templi o edifici pubblici o delle battaglie).

In una civiltà superstiziosa come quella romana gli auspici venivano monitorati con estrema attenzione per gli atti più importanti della vita pubblica, civile o bellica, e la tradizione era piena zeppa di aneddoti relativi a consoli, senatori, tribuni o generali che avevano ignorato questa pratica ed erano stati puniti, spesso con la sconfitta e la morte.

Questo collegio era appannaggio come sempre, perlomeno in origine, tra le gentes patrizie, per poi pian piano aprirsi anche ai plebei dal 300 a.C. in poi. Il loro numero variò nel tempo, arrivando fino a 16 al tempo di Cesare (che fu àugure a sua volta nel 46 a.C.), per poi decadere e diventare un semplice fossile vivente dell’antica tradizione religiosa romana in epoca imperiale.

Tutto questo sistema, ormai sempre più inaridito e dimentico delle sue lontanissime origini, entrò definitivamente in crisi a cavallo tra III e IV secolo d.C., quando si dovette confrontare con i Culti Misterici e le religioni provenienti dall’Oriente, che alla fine lo travolsero e spazzarono via per sempre, con l’avvento del Cristianesimo e la sua ascesa come religione di Stato degli ultimi imperatori dell’Oriente e dell’Occidente, come abbiamo visto per Graziano ma, soprattutto, come accadrà con Teodosio.

Ma questo potrà essere oggetto di un futuro articolo.

Alberto Massaiu

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