Conversazioni con un Iniziatore

Riceviamo questo importante contributo da un nostro lettore e amico; a differenza di altre volte in cui abbiamo speso alcune parole di introduzione preferiamo che il testo parli da solo.

Ho avuto la benedizione essere avviato al Martinismo e di ricevere la totalità delle sue iniziazioni dal Fr::: Adam Kadmon, nel corso di un cammino lungo dodici anni, interrottosi solo col suo passaggio all’Oriente Eterno nel 2018. Egli a sua volta aveva ricevuto la pienezza dell’iniziazione Martinista da Hermete, uno stimato medico romano nonché Massone ed evidentemente Martinista.

Ingegnere imbevuto di cultura classica, Massone disincantato ma fedele, vero seguace della Via iniziatica tradizionale (che, nelle sue enumerazioni, immancabilmente egli faceva iniziare dai presocratici per arrivare a Jung ed Assagioli, attraverso i cabalisti rinascimentali e Jakob Böhme), Adam Kadmon è senz’altro l’unico vero iniziato che io abbia personalmente conosciuto sul suolo italiano. Assistere ad una delle sue tornate era come essere attraversati da un tiepido vento estivo, in grado di innalzare il nostro livello energetico con una forza irresistibile.

Ogni parola che proferiva sembrava venirgli suggerita da una fonte misteriosa quanto luminosa; restio alle alambiccazioni degli esoteristi che usano un linguaggio elicoidale per non essere scoperti nella loro inanità spirituale, come anche alle contorsioni occultistiche di quelli che egli chiamava bonariamente “i maghetti”, nei suoi interventi Adam Kadmon compitava le sublimi verità spirituali di modo che anche un bambino potesse comprenderlo – e che un adulto non avesse più scuse. Mai una volta gli ho sentito dire una frase che non fosse anche un aforisma, mai gli è uscita un’osservazione malevola od anche solo maliziosa. Questo suo tratto ha sempre suscitato la più viva ammirazione in me, sarcastico come solo i romani (specie se avvocati) sanno essere.

Io non sono un Maestro – ammetteva sinceramente – io sono solo un che sta salendo sulla montagna lasciando dietro di sé delle impronte; chi lo vuole, e finché lo vuole, può seguirle”. Lo stesso Louis-Claude de Saint-Martin voleva essere ricordato umilmente come lo spazzino del Tempio.

Ora che gli anni passano ed il mondo sembra collassare su sé stesso, la mia gratitudine (che, come ha scritto qualcuno, è notoriamente il sentimento della vigilia) non fa che aumentare e nel mio studio campeggia ancora una nostra foto insieme. Come gli scrissi dedicandogli uno dei miei libretti, egli mi è padre più di mio padre. Né posso dimenticare il giorno in cui, dopo avermi annunciato che questa sua decisione gli era stata ispirata dall’alto, con una cerimonia poco formale e forse per questo estremamente solenne mi concesse – unico tra i Superiori Incogniti della sua catena – i poteri iniziatici.

Ma per arrivare a quel giorno di luglio c’è stato un bel tratto di strada da fare. Solo per divenire Associato, a me ed un altro Fratello furono necessari due anni di istruzione informale, che ricevevamoo nel suo studio una o due volte al mese, in genere nel primo pomeriggio. Le prime meditazioni guidate lasciarono in me una tale impressione che ancora oggi consacro quasi tre ore al giorno alle pratiche meditative, seguendo le tecniche di un Maestro che lui stesso amava. Dopo il passaggio all’Oriente Eterno di Adam Kadmon, ho avuto un sogno molto vivido in cui lui e questo Maestro erano in cerchio con delle vesti bianche ed io mi accostavo a loro indossando una clamide rossa; ma senza parole mi si faceva capire che non sono ancora abbastanza evoluto.

C’era, come accennato, anche una parte docetica impareggiabile, di cui vorrei provare a dar conto nelle pagine che seguono. Da Maestri Massoni che eravamo, ogni volta restavamo a bocca aperta misurando la distanza tra la sua Gnosi e la nostra prosopopea.

Se non sappiamo affrontare gli eventi sul piano fisico con il necessario distacco, non lo sapremo fare neppure sul piano sottile. Si tratta di acquisire la consapevolezza che la vita che scorre davanti ai nostri occhi è una mera illusione (“La è vita sogno”, direbbe Calderon de la Barca). L’obiettivo è quello di separare l’osservatore dall’osservato: quest’ultimo è costituito in primo luogo dal pensiero, l’osservatore è in un certo qual modo un qualcosa che sta al di sopra ed è lì che ci dobbiamo porre.

Non è affatto vero, in altri termini, che “io penso dunque sono”: io non sono il mio pensiero, che appartiene anzi al mondo materico. In me vi è una intelligenza che mi permette di vedere “dall’alto” ciò che la mia mente sta pensando, dominando il mio pensiero e rivolgendolo verso Dio. Questa intelligenza non va peraltro confusa col “super io” di cui parlano gli psicologi e che fa sempre parte della mente.

Da quanto sopra discende necessariamente che questa consapevolezza non si acquisisce in termini razionali (dacché la mente – si ripete – è vincolata al mondo materico) bensì in termini di intuizione, che sotterraneamente entra e matura dentro di noi.

Sul concetto di Tradizione: di solito essa si confonde con la consuetudine. Nel nostro campo indica invece qualcosa che non ha origine umana bensì divina. È la scintilla divina ed immortale che ci consente di essere; è la nostra anima, riflesso del Sé divino che arde nel nostro Cuore. A detta Tradizione fa riferimento la religione universale di cui parla Guénon.

Noi non conosciamo affatto noi stessi: per questo ci immedesimiamo in quello che facciamo, e finiamo col credere reale ciò che reale non è, in quanto comunque è legato al ciclo nascita vita morte. La Realtà invece è oltre i nostri sensi, sentimenti e pensieri, e si rivela a chi superi questi strumenti di conoscenza parziale. L’intellettuale che si identifica col suo pensiero finisce su un binario morto; solo con la meditazione si può sperare di avvicinarsi all’intuizione della Realtà. Per intraprendere questa Via, tuttavia, bisogna procedere alla purificazione di sé stessi: per essere ammessi al sacro bisogna essere sacri.

Una prima purificazione è quella del corpo, da attuarsi anzitutto individuando ed evitando i cibi che ci fanno male. La sessualità, in questo contesto, è un bisogno come gli altri, che non va né represso né incoraggiato oltremisura. Il corpo poi ha bisogno di movimento nella giusta misura, che ognuno avrà cura di individuare: quando il metabolismo rallenta infatti i nutrienti ristagnano nell’organismo, con un certo grado di tossicità. Infine, non andrà tralasciata la pulizia del corpo e – per così dire – la sua manutenzione. Sembrano considerazioni di senso comune, ma non sono poi così ovvie.

Più impegnativa è la purificazione dei sentimenti e della mente, con cui cerchiamo pian piano di capire come siamo fatti. Gli antichi allo scopo avevano inventato i miti, in cui era celata la psicologia di oggi. Lo strumento principale in questa fase la meditazione, con cui si vanno a separare i prodotti dei sensi, dei sentimenti e della mente. Bisogna, come per il corpo, avere cura dei propri sentimenti e pensieri. Non c’è dubbio che il pensiero sia creativo: ciascuno artefice è del proprio destino nella misura in cui pensa positivo ed affronta di buon grado le gioie e difficoltà che gli si parano davanti; anche perché, in ultima analisi, esse non sono altro che illusioni (ciò vale, peraltro, solo per chi ha raggiunto la meta).

Soprattutto, per amare gli altri e per essere riamato è necessario amare sé stessi ed avere grande cura di essere puri, fiduciosi in sé stessi e fedeli a Dio, evitando le insidie dell’avidità e dell’orgoglio. Immaginiamo la Cappella Sistina: il Sé la mano di Dio, l’Anima è la mano di Adamo.

Si è detto in più occasioni che la purificazione è necessaria per avvicinarsi al Sacro, in modo da passare dal mondo duale, irreale all’Unità. Non a caso, le forze negative sono quelle che separano, come dimostra l’etimologia stessa dell’aggettivo “diabolico”. In questo contesto, anche l’istruzione può essere utile per risvegliare ciò che è dentro di noi, ovvero lo Spirito che, quando nasciamo a questo mondo, è avviluppato nel nostro io. Noi non siamo infatti la nostra personalità: siamo il nostro Sé, la fiammella divina che arde nel nostro cuore. Noi siamo in realtà ciò che alimenta la nostra stessa esistenza, vale a dire quell’energia che pervade l’universo e lo ha creato. La stessa materia è energia: intorno a noi c’è solo energia, è questa la Realtà. Il nostro io tende ad avere, il Sé non tende verso nulla, in quanto semplicemente È. Attraverso la meditazione arriviamo ad una intuizione spirituale non intellettuale, non duale, che si manifesta nei modi più impensati. Esiste una scala di valori nell’Universo, una precisa gerarchia: si tratta anche di invocare queste energie superiori con la preghiera, come dice il Vangelo: “Bussate e vi sarà aperto”. Ma per fare ciò bisogna iniziare la Via senza riserve mentali, con la certezza interiore che il mondo interiore non è meno grande ed importante di quello esteriore, e che chiunque riesca ad accedere alle interrelazioni tra questi due mondi potrà limitare al massimo le sofferenze di questa vita ed anzi vivere sereno. Quando i due mondi collidono infatti il risultato è sempre la depressione, e a volte il suicidio.

Nella meditazione siamo studenti di consapevolezza e dunque studiamo noi stessi, intendendo per consapevolezza proprio il legame tra il mondo esterno e quello interiore. Chi è infatti consapevole si pone quasi come un doganiere sulla linea di confine tra i due mondi, decidendo che cosa può transitare e che cosa no e discernendo il Sé, il mondo esteriore e quello interiore. Un esempio in tale senso quello della bandiera, la cui vista risveglia il mio sentimento patriottico, che a sua volta mi spinge ad imbracciare il fucile ed a gettarmi incontro alla morte. Dobbiamo essere in grado di disvelare questi processi, in modo da acquisire la vera consapevolezza.

Nel creato esiste una precisa gerarchia, ragion per cui ciascuno deve occupare la sua posizione. L’uomo non fa eccezione: tuttavia, attraverso la Via della Gnosi, l’uomo abbandona per così dire la casella che gli spetta nel creato e va “altrove”. La riduzione del duale nell’Uno non è tuttavia facile a realizzarsi. Al contrario, troveremo delle resistenze, dovute proprio alla gerarchia di cui si è detto ed al fatto che l’uomo ha un certo livello energetico che gli è suo proprio; se intende passare ad un livello superiore, deve attingere alle energie del suo spirito.

La Tradizione ci insegna che la Realtà è qualcosa di eterno, da non confondere con la manifestazione illusoria che ci circonda. Malgrado ciò sia per noi chiaro in teoria, è innata in noi la paura di perdere ciò che abbiamo: in primo luogo la nostra vita corporea, ma anche le nostre cose o i nostri cari. Intuire che noi siamo tutt’uno con ciò che ci circonda è il primo passo per liberarci dalla paura. Del resto, anche la scienza ci informa che siamo fatti di atomi, al pari di ciò che ci circonda, e l’atomo è quasi del tutto composto di energia. Dunque, NOI SIAMO ENERGIA e siamo tutti della stessa natura. Da qui l’idea di fratellanza, che deriva dalla paternità di Dio. È difficile convincersi a non aver paura della morte, passaggio da uno stadio in cui abbiamo un corpo fisico ad uno in cui non lo abbiamo, ed a seguito del quale o ci riuniamo al Padre celeste o ritorniamo sulla Terra (il che giustificherebbe le tante differenze tra gli uomini, ed il fatto che taluni tra essi abbiano dei talenti straordinari e precocissimi).

La nostra verità è il nostro Sé, non ciò con cui ci identifichiamo. NOI SIAMO IN QUANTO SIAMO: non siamo ciò in cui ci identifichiamo. Come è scritto in un Vangelo, l’uomo non può fare bianco o nero un solo capello. Pertanto, si deve vivere con coscienza e serietà il proprio Sé, non il proprio io, evitando di identificarsi nei pensieri, nei progetti e nei rimorsi dell’io, che moriranno con noi. Noi siamo in quanto siamo, non in quanto diveniamo: altrimenti la vita si trasforma in un inseguimento senza fine di falsi obiettivi, in un dare corpo alle ombre che causa dolore, rancore, odio etc. Se ci avvediamo che ci stiamo identificando col divenire, è opportuno fermarsi e meditare.

Ancora una volta, viene in evidenza come questa Via non sia fatta di erudizione filosofica ma di una pratica incessante. In un Universo continuamente in mutazione, il movimento ed il divenire devono necessariamente avvenire rispetto a qualcosa di fisso, che dà vita a tutti noi. Questa ascesi da un mondo legato a spazio/tempo ad un mondo increato ed eterno è stata indicata all’uomo in epoche remote dalla Tradizione. Di questa Tradizione abbiamo memoria fin da quando esiste la scrittura (si vedano: Orfeo, Parmenide, Pitagora, Platone, Plotino, Porfirio, qabbalisti, alchimisti medievali etc.).

Saint Martin definisce la sua Via dicendo che lo scopo dell’uomo è entrare nel cuore di Dio e far entrare il cuore di Dio nell’uomo. La Conoscenza significa “essere in Dio”, svelando ciò che è già in noi. Noi già siamo quello che siamo (il nostro Sé eterno, che arde come una fiammella all’interno del nostro cuore): dobbiamo solo migliorare il nostro grado di consapevolezza. La fiammella è Amor che move il Sole e le altre stelle: è Dio stesso, in altri termini.

La Conoscenza è il raggiungimento dello stato in cui si è il conoscitore (l’Anima), il conosciuto (l’io) ed il rapporto tra questi due. Per non perdersi in questa Via ci vuole un Maestro. In genere questo termine indica colui che conosce la verità. Chi la conosce? Un esempio è Gesù, il Cristo risorto che può dire: “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. Il nostro Maestro è il Sé, sulla terra ci sono solo istruttori. Il Sé ci indica se le loro indicazioni sono valide o meno: se ciò che sentiamo fa risuonare qualcosa nel nostro Sé, quello che sta parlando è un riflesso del Maestro. Oltre e prima della lanterna dell’intelligenza c’è il nostro Cuore, che ci deve guidare.

Noi non siamo la nostra mente. Con una meditazione prolungata ci accorgiamo che dietro la nostra mente c’è qualcuno che ci osserva (l’Atena dei Greci). Ad es. questo accade quando ci accorgiamo di pensare a qualcosa di immorale e l’osservatore ci fa cambiare pensiero. Noi siamo appunto quello che ci fa cambiare pensiero. Quando non penso, io sono invece nella mia coscienza.

La Via della Conoscenza è una Via di trasformazione, non di erudizione. Essa richiede alcuni particolari atteggiamenti: una grande attenzione a questi argomenti, che sono la base per costruire il nostro essere superando la mente; grande umiltà, evitando le due colonne d’Ercole di orgoglio ed avidità. L’avidità, per esempio, si manifesta nell’accumulare senza fine nozioni nuove. Poi occorre la dedizione rispetto a qualcosa che non si è capito: la cosa va fatta insomma decantare nella mente. Ci vuole fede per non farsi scoraggiare dal criticismo della nostra mente: ogni atto della mente è un giudizio (“Non giudicate”).

La Realtà si trova al di là del mondo duale. Il Reale è colui che osserva il pensatore, per cui necessario è osservare le cose con il dovuto distacco. Tutto ciò che accade al pensatore è passeggero, dacché lui stesso è passeggero. Ecco perché bisogna in molti casi semplicemente accettare il mondo esterno, altrimenti si finisce col perdere l’equilibrio; ecco perché bisogna accettarsi, invece di colpevolizzarsi.

L’accettazione è fondamentale: se non sono in grado di perdonare me stesso o gli altri non conseguirò mai lo stato di accettazione, lasciando la mia mente in agitazione. Il perdono è invece legato all’amore, cioè alla consapevolezza essere una fiammella del grande Fuoco universale. In assenza di accettazione, si formano delle entità, delle ombre che ci condizionano, impedendoci di mettere in pratica tutto ciò. Ci vogliono, a questo scopo, delle qualificazioni particolari, talvolta innate: possiamo però darci da fare per avere una speranza. “Ama il prossimo tuo come te stesso” significa: accetta entrambi e perdonali.

Il Sé è un tutt’uno col Divino Riparatore, con l’avvertenza che noi siamo in Dio e Dio è in noi, ma noi non siamo Dio. Il nostro obiettivo è annullare la dualità, propria di questo mondo, per entrare in un mondo superiore, in cui ci sono dimensioni diverse: ci sono infatti strutture al di sopra ed al di sotto del nostro mondo, in una sorta di gerarchia.

Per questo motivo, lo spiritismo è molto rischioso: è giocare col fuoco. Tutto ciò che sollecita il nostro essere ostacola la preghiera, intendendo la preghiera come la ripetizione delle parole che il Sé ci detta e che noi ripetiamo come fa il bimbo quando la madre gli insegna le preghiere. In un particolare stato meditativo possiamo infatti venire in contatto col nostro Sé ed è Lui a suggerirci che cosa dire, anche perché giunto a quello stadio l’uomo non saprebbe che chiedere, privo com’è di qualsiasi desiderio materiale. Ecco che interviene allora il Sé, quale fuoco interiore del suo essere, che si infiamma per il soffio dolce della saggezza. Se con l’invocazione riusciamo ad invocare anche degli aiuti esterni, accederemo a questa saggezza e valicheremo il diaframma che separa il mondo a tre dimensioni ed il mondo superiore.

Perché il fuoco è considerato ancora oggi un simbolo? Perché rappresenta appunto questo Fuoco sacro, che ci consente di arrivare all’unione con lo spirito, riunificando delle parti che sono in noi e riunendoci alla casa del Padre. Una volta acceso questo fuoco, si stabilisce un legame che è permanente. Questa è la conoscenza: annullare la dualità. Essa avviene all’interno di noi stessi e non è esprimibile a parole: la conoscenza è mangiare la mela, invece di sentirsi raccontare il suo sapore. Chi accede alla conoscenza ha abbandonato il mondo del divenire per andare in quello dell’Essere.

Il mondo della conoscenza è il mondo del presente, inteso come quel punto infinitesimale tra passato e futuro: in quel mondo non esiste divenire, ma solo Essere. In fondo nella meditazione si perde il contatto col tempo, perché si naviga proprio in quel punto, dove si È. Quello è il mondo di Dio. La Via della Conoscenza ci indica la Realtà: ecco perché la realtà materica non è reale. La Verità si raggiunge solo essendo in quel punto. I punti su cui lavorare sono tre: 1. Ascolto degli insegnamenti; 2. Riflessione sugli insegnamenti; 3. Meditazione.

Se studiamo la biografia di Louis-Claude de Saint-Martin, è facile vedere com’egli avesse l’aspetto di un giovane santo piuttosto che di un filosofo, e che la sua condotta fosse ispirata alla massima discrezione, austerità e castità. È quasi automatico collegare questa condotta agli insegnamenti di Martinez de Pasqually, che imponeva ai suoi discepoli un regime di vita più rigido di quello dei sacerdoti della Torah. Alla morte di Martinez, Louis-Claude de Saint-Martin inizialmente aiuta i Fratelli nel consolidamento della teosofia martinezista, confluita nel Regime Scozzese Rettificato di J.B. Willermoz: quasi subito però dà le dimissioni da tutte le società iniziatiche, per perseguire una Via solitaria ed individuale, di cui negli anni farà partecipi solo pochissimi intimi.

Questa Via del cuore, pur tenendo in gran conto gli insegnamenti martinezisti e l’esigenza fondamentale di purificazione e rettificazione del pensiero che è alla base anche della teurgia, si sviluppa non in operazioni esteriori bensì in uno stato di consapevolezza interiore che si nutre in primo luogo della preghiera. “Nuota costantemente nella preghiera – dice Saint-Martin – come in un vasto oceano in cui non riesci ad individuare né la riva né il fondo e in cui l’infinita immensità delle acque ti consenta in ogni istante un evoluzione libera e priva di turbamenti”.

La distinzione tra la via teurgica e la via cardiaca – al netto dell’opera di purificazione, che è rimasta sostanzialmente immutata nel passaggio dalla via di Martinez a quella di Saint-Martin e che rappresenta il 99,99% dell’opera da compiere – risiede nella predilezione di ciascun Fratello per una concezione mosaica ovvero cristica della Divinità. Nel primo caso si tende alla manifestazione su questo piano di un Dio absconditus (come avviene nell’episodio biblico del roveto ardente), nel secondo la Divinità si rivela all’interno dell’uomo: si veda l’episodio della trasfigurazione del Riparatore sul Monte Tabor.

È ben possibile identificare una corrente unitaria Tradizionale, che parte dai filosofi presocratici ed arriva ad Assagioli passando per gli alchimisti, Louis Claude de Saint-Martin, i sufi ed i saggi orientali. Questa Filosofia perenne, evidentemente, non può essere rivendicata in maniera esclusiva da nessun Ordine, nessuna filiazione e nessun gruppo iniziatico: da qui deriva l’importanza assai limitata che il Saggio deve riconoscere ai brevetti, ai gradi e a tutte le sovrastrutture similari. Strettamente collegato è il tema della differenza tra sapienza e Saggezza, tra mera erudizione ed autentica realizzazione spirituale: si pensi ai numerosi santi di qualsiasi cultura, che hanno però avuto il privilegio di intuire il Divino.

Ecco perché la nostra attenzione deve essere soprattutto rivolta all’operatività (qui intesa nel senso di purificazione, di autodisciplina, di preghiera attiva e di meditazione), mentre l’erudizione ci può tornare utile per meglio delimitare ed esprimere i concetti Tradizionali, purché in maniera scevra da sofismi e sterili dissertazioni dottrinali.

Questa impostazione ha il vantaggio di migliorare la nostra vita, di allontanare le angosce e di farci capire che la morte non è altro che un transito cui è sottoposta la nostra anima, in attesa di ulteriori prove. Ma dobbiamo guardarci dal dare queste perle ai porci, o dal parlare di questi argomenti coi pagani ed i samaritani, perché pochissimi sono in grado di farne oggetto di meditazione e non di scherno. “Chi ha orecchie per intendere, intenda”, dicono le Scritture, intendendo anche che il nostro percorso ci serve unicamente nella prospettiva di affinare l’udito spirituale.

A riprova della sostanziale unità della Tradizione, si vedano in sequenza alcuni passi del Tableau naturel di Saint-Martin, la quartina 65 del Rubaiyyat del sufi Omar Khayyam e la relativa analisi di Paramahansa Yogananda. Identica è la separazione tra l’uomo materiale (la coppa d’argilla, l’ego subcosciente ed automatico) e lo spirito vivificatore (il Vino divino), identico il rifiuto delle passioni sensoriali (che producono unicamente assuefazione e rimpianti), identico l’anelito verso il Sé, percepito come un tenue ricordo a seguito della caduta e della incarnazione.

Come notazioni supplementari, si consideri il temibile versetto: “A chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha!”. Questo passo è da intendersi nel senso che, se noi percorriamo con convinzione la nostra Via, arriveremo nella condizione di chi viene aiutato dall’Alto; senza questo aiuto superiore, del resto, ogni sforzo umano sarebbe un inutile atto d’orgoglio. Si noti bene però che non dobbiamo lavorare in vista di una ricompensa, dacché la nostra Via non è altro che obbedienza alle grandi leggi dell’Armonia Universale, e perseguendola in un certo senso non facciamo altro che compiere con zelo il nostro dovere di creature.

Per coloro che sono nell’abbondanza, vale poi il precetto evangelico: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8). In forza del quale la Tradizione dovrà essere trasmessa a coloro che ne sono degni. Chi viceversa si abbandonerà alla materia, sarà sprofondato ancora più in basso, in quello che il volgo definisce l’inferno ovvero la metafisica lontananza da Dio.

Da quanto sopra emerge l’utilità delle nostre pratiche nell’affrontare anche le più terribili prove della vita terrena, impostando i nostri comportamenti ai concetti cardine di umiltà e carità, all’ora et labora dei Benedettini, come antidoto all’egoismo ed all’orgoglio. Merita citare infine Santa Teresa d’Avila, la quale nelle sue estasi udiva una Voce spirituale che le diceva: “Cercati in Me, Mi troverai in te”.

 

Claude Purusha, SILI

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