Luca Ricolfi: La società signorile di massa

Ricolfi

Il lavoro di Luca Ricolfi, dato alle stampe da La nave di Teseo, si presta a due immediate considerazioni. La prima riguarda la casa editrice di Elisabetta Sgarbi, che finalmente riesce a lasciarsi alle spalle l’ideologia Bompiani e riesce a veleggiare verso lidi inediti – un segnale si era già avuto con la pubblicazione di De iure di Nicolás Gómez Dávila. La seconda è consequenziale al fatto che non potesse essere pubblicato un testo migliore per chiudere un 2019 anticamera di questi nuovi Anni Venti – anni che saranno il momento principale dell’esplosione delle contraddizioni della cultura e dell’economia capitalistica che ha preso il sopravvento a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.

La società signorile di massa è un testo disarmante per la chiarezza con la quale lancia il proprio nemmeno troppo paludato avvertimento: l’Italia, da sempre avanguardia, è un modello preoccupante di società nella quale le persone che lavorano sono minori rispetto alla popolazione; questo modello non può funzionare, perché porta, alla lunga, gli Stati a forti scompensi sia economici sia sociali.

Luca Ricolfi, con una scrittura chiara e ragionata, definisce la società signorile di massa attraverso tre caratteristiche: il numero di cittadini che non lavorano supera quello di quelli che lavorano; l’accesso al consumo signorile è diventato di massa; l’economia è in stagnazione. Occorre aggiungere altri fattori fondamentali che si intrecciano in maniera radicale a queste tre caratteristiche. Si tratta dei tre pilastri della società signorile di massa: la presenza di un’enorme ricchezza data dal risparmio delle generazioni che hanno vissuto il socialismo keynesiano dei trenta d’oro; la distruzione totale della scuola con la consequenziale inflazione dei titoli di studio; la presenza di un sistema produttivo e dei servizi paraschiavistico, garantito dai flussi migratori che hanno investito l’Italia dal 1991.

Il mix dei tre pilastri conduce Ricolfi a una disamina della società nella quale il post-modernismo si mescola con le categorie marxiane, poiché il tema classico della società dei consumi si riarticola e si reintreccia con l’analisi dei rapporti di potere e produttivi di Marx, dopo la presunta frattura introdotta da Jean Baudrillard e da quella reale dei freudomarxisti denunciati da Michel Clouscard ne Il capitalismo della seduzione. Si tratta di un’operazione, quella fatta dal sociologo, che non mostra un carico ideologico: non a caso il sociologo la definisce un’operazione fenomenologica.

Nell’analisi di Ricolfi, il consumismo signorile di massa lascia lo spazio al risparmio, anzi, si dà come consumo dello stesso, poiché il consumo non avviene nel tempo libero, bensì in un momento che coincide con la vita tutta medesima in quanto affrancata dal lavoro: l’uomo si fa consumatore pieno e non più lavoratore. Non si tratta solo della figura nota del prosumer  digitale, perché l’attore in causa è il pensionato, è lo studente fuori corso o è il da poco adulto che non trova lavoro, perché ha un titolo di studio troppo alto e non vuole frustrare le proprie aspirazioni – e quelle genitoriali – con un impiego considerato umile.

Queste tre figure rappresentano i signori descritti da Ricolfi; il loro consumo è post-edonista, poiché è meno legato alla frenesia consumista e al lusso, ma è costante e culturale: rispetto alla società keynesiana, infatti, questa larga fetta di popolazione viaggia di più, mangia cibo migliore fuori casa, partecipa di più alla vita culturale del paese, ha un consumo tecnologico maggiore e utilizza più servizi. Il quadro perfetto è il giovane che con il cellulare all’ultimo grido posta il cibo bio di un’apericena durante l’ennesimo viaggio fuoriporta fatto nel fine settimana, magari per partecipare a un festival della letteratura o di musica scandinava.

Che cosa consente al nuovo consumatore non lavoratore di potere accedere a questo consumo signorile di massa? Il fatto che ci sia una ricchezza pregressa; per il pensionato, va da sé, questo è possibile perché ha lavorato e sta godendo di un lungo – e inedito storicamente – pensionamento; in maniera altrettanto logica, per il giovane che non studia e non lavora, questa ricchezza coincide con quella della famiglia, fatta di immobili e investimenti, nonché dagli stipendi dei genitori. Tuttavia, c’è un altro elemento da non sottovalutare e che rende possibile questo tipo di consumo a un prezzo basso: il sistema paraschiavistico che innerva il capitalismo contemporaneo e che è fatto da immigrati o da italiani ai margini della società che consegnano cibo a casa, lavorano nei campi, fanno da badanti e baby sitter, consegnano merci per Amazon, lavorano nei servizi e che guadagnano pochissimo, vivendo al limite della sussistenza.

La conclusione di Ricolfi è drastica: questo momento di dispendio è il risultato di una struttura sociale ed economica che si sta disfacendo nelle sue fondamenta e che, al momento, pare ancora reggere, come se si trattasse del colpo di coda di una società destinata a dimenticarsi del benessere, poiché se non c’è lavoro non c’è nemmeno ricchezza, e che si scaglia con vorace foga sull’ultimo banchetto.

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