Simondon, Sul modo dell’esistenza di oggetti tecnici

Du mode d’existence des objets techniques, tesi complementare di dottorato di Gilbert Simondon, la cui tesi principale fu L’individuazione alla luce delle nozioni di forma e d’informazione, è stato pubblicato da Aubier-Montaigne per la prima volta nel 1958, ma è dalla fine del 2012 disponibile una nuova edizione dal testo riveduto, corretto e ampliato attraverso le annotazioni che Simondon aveva scritte sulla prova della prima edizione. In questa nuova edizione sono inoltre presenti sia un inedito prospectus, sia un utile glossario tecnico.

L’intenzione che muove l’opera è quella di svelare il senso degli oggetti tecnici al di là della contrapposizione fra cultura e tecnica: la cultura non può ignorare che esiste una componente umana negli oggetti tecnici. L’uomo ha una duplice considerazione contraddittoria nei confronti delle macchine, le quali sono viste come un ammasso di materia il cui principio di esistenza è l’utilità, ma sono anche percepite come dei robot mossi da un’intenzione ostile nei confronti dell’uomo: alienazione uomo-macchina. Inoltre il rapporto di utilità uomo-macchina pare essere invertito: l’uomo sembra lavorare per le macchine e non viceversa. L’idea che la tecnica si contrapponga all’uomo nasce da una mancanza di conoscenza del funzionamento delle macchine, la cui conseguenza principale è un tecnicismo imperante che si manifesta tramite un atteggiamento idolatrico nei confronti degli oggetti tecnici. Per superare questa alienazione e questa idiosincrasia, Simondon propone di comprendere profondamente gli oggetti tecnici considerandoli alla stregua di oggetti biologici, ovvero studiandone la genesi e l’evoluzione.

La genesi dell’oggetto tecnico consiste nella convergenza di una serie di funzioni, inizialmente appartenenti a parti dissociate ed elementari, in un oggetto unico – la macchina -, ma c’è anche una sorta di adattamento a sé, una risonanza interna che è un principio di evoluzione interno delle forme. Stabilire la genesi dell’oggetto tecnico significa studiare l’oggetto tecnico alla stregua dell’oggetto naturale, perché l’oggetto tecnico non è un singolo oggetto isolato, ma è un oggetto che nasce all’interno di un milieu  specifico, con il quale si relaziona. Il milieu è costituito dal sapere scientifico, dalle tecniche che sono in grado di produrre gli oggetti tecnici e dall’insieme stesso di tutti gli altri oggetti tecnici: l’oggetto concreto si configura come un oggetto relazionale. Gli oggetti tecnici spesso hanno una ipertelia, che li rende inefficienti: l’evoluzione degli oggetti tecnici concreti prevede il superamento dell’ipertelia tramite l’adattamento. L’adattamento è un processo di creazione di un nuovo milieu, piuttosto che il risultato del condizionamento del milieu precedente.

Un altro passaggio che consente di superare l’alienazione uomo-macchina è quello che ricostruisce, nell’opera di Simondon, la storia umana della conoscenza alla luce del rapporto fra tecnicità, religione, arte e filosofia, mostrando la contingenza della tecnica e sottolineando l’importanza del momento estetico e filosofico. La tecnicità è una delle due fasi fondamentali dell’insieme costituito da uomo e mondo (il concetto di fase è da intendersi non solo come momento temporale, ma alla luce del concetto fisico di rapporto di fase: non si concepisce una fase nuova se non in rapporto con le altre fasi; il rapporto fra le fasi costituisce un nucleo centrale neutro e in equilibrio, a sua volta questo nucleo è il perno del movimento di progresso e convergenza delle singole fasi). La fase primaria unica e fondamentale del modo di rapportarsi fra uomo e mondo è la fase magica, a questa segue la fase estetica, il cui sdoppiamento sono la fase tecnica e religiosa: la fase tecnica è sia teorica che pratica, lo stesso la fase religiosa. La distanza fra le fasi teoriche della tecnica e della religione fa nascere la scienza; la distanza fra le fasi pratiche della tecnica e della religione conduce all’etica. Il pensiero estetico è una forma di prolungamento della fase magica.

La centralità della fase magica e l’anteriorità della fase estetica rispetto a quella tecnica mostrano la contingenza della fase tecnica stessa, la quale è transitoria. Sia il pensiero tecnico che quello religioso sono inferiori rispetto all’unità che è in grado di cogliere il pensiero magico; è il pensiero estetico quello che mantiene il ricordo dell’unità, il quale è l’unica dimensione che appartiene sia al pensiero tecnico che a quello religioso. Per questo Simondon propone anche una teoria estetica dell’oggetto tecnico fondata sulla comprensione della natura tecnica dell’oggetto stesso: una serie di tralicci elettrici immersi nel panorama possono avere una valenza estetica, ma solo se ne si conosce la modalità di funzionamento; l’oggetto tecnico è bello solo se “lavora”, se funziona e se l’uomo è in grado, tramite una previa educazione tecnica, di percepirne il senso e il funzionamento. Simondon, infine, ritiene che lo scopo del pensiero filosofico sia quello di mostrare la possibile integrazione della cultura e della tecnica a prescindere da un sapere teorico tecnico, in quanto questo è un sapere concettuale che non rende conto della natura pratica degli oggetti tecnici: l’uomo è legato all’insieme degli oggetti tecnici dalle azioni che svolge con essi. Il ruolo dell’uomo è quello di organizzatore permanente di una società di oggetti tecnici, i quali sono degli oggetti aperti alla comunicazione. Il ruolo dell’uomo è quello di inventare e coordinare le macchine fra loro, per questo è necessario avere coscienza della natura delle macchine, del loro valore culturale e del significato della relazione tra uomo e oggetto tecnico. A partire dal lavoro della macchina e dal ruolo dell’essere umano è possibile comprendere la natura dell’oggetto tecnico in quanto utensile e superare così l’alienazione fondamentale dell’uomo e della macchina: la macchina lavora per l’uomo e non l’uomo per la macchina. Il lavoro dà senso all’oggetto tecnico e non viceversa, ergo decade l’alienazione uomo-macchina.

Il lavoro di Gilbert Simondon contribuisce ad ampliare la vasta letteratura filosofica dedicata alla questione della tecnica, arricchendola con un contributo teso alla riconciliazione fra uomo e tecnica, nonostante l’opera sia stata scritta, alla stregua di molte altre dedicate allo stesso problema, in piena guerra fredda e in pieno rischio di biocidio termonucleare. Ciò nonostante Simondon analizza le macchine in quanto oggetti transeunti e integrati nel mondo, integrazione che si manifesta come evidente a partire dalla loro “disponibilità” nei confronti dell’uomo: la macchina lavora per l’uomo, il quale ha un ruolo di creatore e di tramite inalienabile. Se la tesi simondoniana, con il suo appello alla funzionalità e al rispetto del rapporto di dipendenza della macchina dall’uomo, non è in grado di mettere del tutto al riparo l’umanità da un uso improprio della tecnica, di cui, non a caso anche egli critica l’ipertelia e l’aspetto idolatrico, sicuramente fornisce alcuni spunti interessanti per dissolvere la distanza uomo-macchina. Infatti, la vicinanza della macchina all’uomo non si risolve solo nell’utilità degli oggetti tecnici,  ma è in questo scritto soprattutto una prossimità viscerale, che nulla ha a che fare con le teorie che vedono nella macchina semplicemente  un simulacro o una protesi dell’uomo. Simondon, infatti, mette in luce quanto i meccanismi fisiologici e culturali più reconditi dell’umanità appartengano alla macchina stessa: l’oggetto tecnico, come l’uomo, è “organico”, si evolve ed è in un rapporto di piena reciprocità con il mondo.

 

Gilbert Simondon, Du mode d’existence des objets techniques

Éditions Aubier Paris 2012, ISBN: 978-2-7007-0428-0

 

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