Scomparsi i draghi, nessun eroe. Dell’involuzione della fiaba

Cartoni: fiabe contemporanee

I cartoni animati sono il corrispettivo contemporaneo‎ della favola e della fiaba. In essi troviamo eroi in cui identificarsi e topoi ricorrenti‎ molto simili a quelli delle fiabe. Analogo è il ruolo sociopsicologico che le fiabe e i cartoni rivestono: l’intrattenimento, e più ancora, l’educazione dei bambini. Vi è certo una peculiarità, l’immagine, che le fiabe orali evidentemente non avevano e che i libri di fiabe illustrate iniziavano a introdurre (si pensi alle fiabe di Perrault illustrate dal Doré). Tuttavia, per quanto diverso sia il medium (la voce, il libro, le immagini animate) è forte la continuità.

Le storie aumentano a dismisura le possibilità di apprendimento dei bambini, permettendo loro di fare esperienza – certo, mediata – del fantastico, del remoto, dell’inattuale, dell’altrove, di ciò che si situa di là dal tempo e di là dallo spazio. Sia in quanto significanti (parole, immagini, film), sia in quanto significati (topoi, mitologhemi), le storie fanno accedere al simbolico. Il bambino cresce, si nutre di storie, di racconti, che costituiscono il primo repertorio a sua disposizione per costituire analogie, pensieri associativi, senso, cultura. Le storie sono il patrimonio genetico di una civilizzazione, siano esse raccontate da una nonnina davanti al focolare, siano esse visualizzate in forma di cartoni animati su di uno schermo televisivo.

 

La frattura: la fine del male

La profonda frattura tra la fiaba tradizionale e il cartone animato contemporaneo non è quindi il mezzo utilizzato: anche la sistematizzazione delle fiabe avvenuta nel corso del XIX secolo fu un passaggio di medium, eppure la versione scritta e illustrata di Biancaneve non stravolge la versione tramandata oralmente per secoli in tutta l’area europea, né essa fu stravolta dalla versione cinematografica di Walt Disney del 1937.

Più tardi, però, si è iniziato a operare una macroscopica omissione nella stesura delle nuove fiabe, così come nella rielaborazione di quelle tradizionali. Vi è qualcosa di fondamentale che è venuto a mancare nel cartone, ovvero la fiaba contemporanea – a grandi linee successivo agli anni ’60 del ‘900 -, e per comprendere tale mancanza è utile servirsi dello schema di Propp. Nel cartone contemporaneo, in linea di massima, ritroviamo senza difficoltà l’eroe, l’aiutante magico, la prova, la ricompensa. Chi manca all’appello?

Il cattivo. Il male.

Questa assenza del cattivo può darsi in almeno tre modalità principali: 1. assenza totale, conclamata della figura negativa; 2. riduzione dell’avversario a un personaggio sciocco, buffo, inoffensivo; 3. iniziale ostilità dell’antagonista, che però si rivela essere buono se compreso, e sua reintegrazione finale.

Il risultato di questa operazione – particolarmente efficace in quanto non volontariamente perseguita, bensì esito di una modifica del pensiero comune – è che la fiaba contemporanea, cioè il cartone animato, non rappresentando più il male all’interno della propria messinscena cosmogonica, lo espunge dall’orizzonte delle possibilità dei bambini, che attraverso di essa stanno costituendo le proprie strutture di comprensione del reale.

 

Un mondo senza male

Il mondo delle fiabe contemporanee, i cartoni animati, è così un mondo privo di eroi, giacché senza cattivi non possono esservi buoni, ma solo normali. Vi è certo la fase della “rottura dell’equilibrio iniziale” – senza di essa non potrebbe esservi nemmeno vicenda in senso stretto -, tuttavia le difficoltà e le peripezie sono in qualche modo solamente oggettive, derivando dalla realtà dei fatti, piuttosto che da un cattivo che come abbiamo detto sopra o è un incompreso, o è comunque un antagonista inoffensivo. Ne consegue che il protagonista non si oppone a un nemico vero e proprio, ma sostanzialmente a circostanze ed eventi contrari.

Un altro impoverimento immenso subito dalla fiaba contemporanea, che è eco e riflesso dell’eliminazione del cattivo: l’oggetto magico, che tradizionalmente veniva ottenuto dall’eroe a seguito di una prova (si pensi all’estrazione della spada dalla roccia), è qui ottenuto senza sforzo, spesso posseduto già dal protagonista. Si noti anche la sinistra affinità degli oggetti magici nel cartone animato contemporaneo con la macchina, il golem, la cosiddetta Intelligenza Artificiale.

Abbiamo così una storia in cui il male non esiste, in cui le difficoltà sono determinate dal contesto e mai da un’entità malvagia, in cui gli oggetti magici risolutivi non si ottengono mettendosi alla prova (modello antropologico dell’eroe), ma semplicemente facendo ricorso alla tecnologia (modello antropologico dello scienziato-ingegnere).

 

Danni pedagogici, danni spirituali

Tutto bene? Si tratta solo di un aggiornamento dei modelli pedagogici a un nuovo tipo di società?

Per niente. La società senza male e senza cattivi esiste solo nelle fiabe verrebbe da dire, o per essere più precisi esiste solo in una certa narrazione e interpretazione del reale smentita da una qualsiasi statistica sul crimine o sulle malattie mentali. Fuori dai cartoni animati il male è sempre là, uguale a prima che si tentasse di cancellarlo con il linguaggio e con la parola. A tal proposito è illuminante leggere Chesterton:

“Le fiabe […] non hanno colpa di infondere paura nei bambini, o qualunque forma di paura; non sono le fiabe a formare nei bambini il concetto del male o del brutto: esiste già, nel bambino, perché già esiste nel mondo. Non sono le fiabe a dare al bambino la sua prima idea di orco. Ciò che le fiabe gli danno è la prima idea chiara della possibile sconfitta dell’orco. Il bimbo ha conosciuto intimamente il drago fin da quando possiede l’immaginazione. Ciò che la fiaba gli offre è un san Giorgio che uccida il drago”. (G.K. Chesterton, L’angelo rosso, Tremendous Trifles, 1909).

Non rappresentare più il male priva i bambini della capacità di riconoscerlo e del coraggio di affrontarlo. Rappresentare un orco in maniera buffa o giocosa o inoffensiva potrà anche soddisfare certi standard di espressione politicamente corretta, potrà anche apparire un’originale trovata narrativa, ma è un’occasione persa per un bambino di prefigurarsi il male, di riconoscerlo qualora gli si parasse davanti, di saper trovare il coraggio per affrontarlo e vincerlo. Sostituire la prova e il conseguente ottenimento dell’oggetto magico con il ricorso allo strumento tecnologico, potrà anche essere un buon modo di celebrare la techné, ma è un’occasione persa per un bambino di imparare a guardarsi dentro per trovare un coraggio, una forza che non sapeva di avere, e riuscire ad agire nel momento in cui, nella vita reale, l’azione è richiesta.

 

Nella fiaba tradizionale vi è infatti qualcosa di molto profondo, qualcosa che lo stesso Propp aveva identificato: la presenza di elementi iniziatici. Leggere un fiaba vera significa preparare un bambino attraverso il mito al momento in cui avverrà per lui il rito iniziatico del divenire uomo (che forma esso possa prendere, in una società tecnologica, urbanizzata e profana, non proveremo nemmeno a dirlo). E quale destino si dona a un bambino privato dell’esperienza indiretta del male e degli strumenti per affrontare l’iniziazione all’età adulta? Lasciamo al lettore l’onere di completare il ragionamento.

 

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2 commenti su “Scomparsi i draghi, nessun eroe. Dell’involuzione della fiaba

  1. Direi di più. Abbiamo l’applicazione del modello turlupinante della “shock strategy” anche nell’educazione. Fate molto caso al fatto che fino ai 9-10 anni cresciamo dei bambini esattamente come è stato descritto in questo buon articolo, il cui merito sta nel buonsenso più che nella scoperta di chi sa quale segreto. Poi avviene un salto, determinante. Al bambino in età scolare intermedia 11-15 anni circa viene proposto un modello in cui il male assoluto c’è, eccome. E con questo modello, a scuola, a casa e nell’intrattenimento si ha sin troppa cura nel presentare al preadolescente la società in modo assolutamente manicheo: il male esiste e è costituito da tutti i nemici della “società aperta liberale di mercato”. Dai ‘nazisti dell’Illinois’ a chi non rientri nelle sempre più paranoidi gabbie del politicamente corretto. Dove sta il danno enorme, il crimine bestiale di cui questo andazzo – in famiglia, nella scuola, nel tempo libero – è responsabile? Nel brusco passaggio che determina uno shock. Se passi da un mondo senza nemici a una realtà manichea e priva di dialettica, non puoi formarti gli strumenti e le capacità di rappresentazione e mediazione che sono proprie dell’adultità. E se non sei in grado di mediare la tua personale scala o gamma di valori dipendi sempre dal potere che ti offre la soluzione preconfezionata. Ossia un nemico su misura. Ma del potere. Non dell’individuo. Si dirà che nessun sistema educativo è neutrale. Benissimo. Ma perlomeno ogni sistema educativo godeva della sua peculiarità e delle sue scale di valori. Del tutto annichilite dalla melassa presente. E se l’individuo non è adulto, esso resta creta passiva nelle mani dei furbacchioni al potere. Qui sta il nocciolo della questione. Se non hai tempo di farti un’idea personale, sei costretto a subire quella altrui. Grazie per l’articolo. Ricommento sui social con questo mio intervento.

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