Simbolo e materia: uno iato da ricomporre. Nome manifesto e nome absconditus di Tradizione e Progresso

L’amico e nostro lettore Lorenzo Centini ci invia un suo interessante e dinamico scritto che ci pregiamo di pubblicare e di proporre ai nostri lettori

Simbolo e materia: uno iato da ricomporre. Nome manifesto e nome absconditus di Tradizione e Progresso

Uno dei grandi fossati scavati dall’età contemporanea, ovviamente a partire dal 1789, è stato quello tra tradizionalismo e materialismo; uno iato che ha poi trovato inveramento storico in divisioni più conosciute e studiate, come quelle tra conservatorismo e progressismo o ancor meglio tra Destra e Sinistra.

Questo fossato non è privo di attraversamenti e margini molto vicini tra di loro, dai quali si è potuto saltare spesso ora di là ora di qua. Ma dove questa divisione venga ripresa nei suoi termini puri, quelli appunto tra Materialismo e Tradizione e non osservando i loro diversi avatar epocali, si vedrà come questa stessa divisione diventi a prima vista incolmabile e inaggirabile.

Si tratta infatti non di divisioni contenutistiche, le quali come si è incaricato di farci notare il ‘900 possono essere facilmente inattivate dagli eventi. Le distanze tra materialismo e Tradizionalismo parlano infatti al cuore di sé stesse: sono distanze metodologiche, financo epistemologiche. Nel linguaggio politico usuale il modo più semplice in cui le troviamo espresse è dietro ai termini di Conservazione e Progresso, che come sostantivi concettuali meglio trattengono differenze sostanziali non immediatamente percepibili.

La Conservazione, prima di essere infatti un set di contenuti da difendere, è l’azione reiterata di mantenere viva e sussistente una radice che si ritiene ontologicamente migliore di quella attuale, fino a prova contraria – e spesso anche oltre. Il Progresso, di converso, è la trasformazione in agire politico della Furia del Dileguare che, ancor prima di essere una serie di contenuti, è una corrente fisica che sospingerebbe la società verso il futuro. Per adoperare una metafora artistica diremmo che, in fondo, Conservazione e Progresso non sono che l’addentellato pratico e politico di due diverse dislocazioni del punto di fuga politico: nel Futuro per il Progresso, nel Passato per la Conservazione.

E tuttavia, a ben vedere, anche questa individuazione, come già accennato, costituisce una sofisticazione di una differenza ancor più basilare. Se infatti osservassimo Progresso e Conservazione sotto la specie della dislocazione temporale faremmo di certo un torto alla Conservazione: ponendo in questo modo il problema dimostriamo già di pensare in termini implicitamente progressisti. Non è infatti dal rifiuto del futuro che sorge l’attrattività e la vitalità della conservazione, quanto la nozione di Permanenza. Colui che lavora per la Conservazione crede non nel dilazionamento del futuro ma nella Permanenza, nel Futuro, di ciò che il Passato ha conservato. Si tratta, in fondo, di ipervalutare non il Passato in quanto tale, ma la sua funzione veritativa: se una tale istituzione, una tale moralità hanno ancora una Durata è perché il Passato ne ha testimoniato una bontà che probabilmente può sfuggire adesso, ma che per la sua stessa sussistenza non può che esistere, intatta. Per esser franchi: la Conservazione sarebbe allora non una semplice dislocazione, ma emergerebbe da un diverso riporre la fiducia veritativa rispetto al Progresso: tale fiducia veritativa verrebbe riposta nel Passato e soprattutto nella Durata.

Come chiamare tutto questo? Che identità sostantiva dare a questa fiducia nella Durata come forza discriminante della Verità? Chiameremo – e così si può chiamare – Tradizione tutto questo. Il nome è particolarmente adatto: teofania della Durata, quasi come se parlassimo in senso morfologico degli attributi della divinità, che proprio in teofanie si manifestano. È il tradurre, tradire latino, appunto. Il tradurre di mano in mano, di uomo in uomo è la teofania dell’Attributo veritativo della Durata.

Durata è l’attributo divino, Conservazione è il nome Manifesto e Tradizione è il nome absconditus: la sua teofania è il tradere.

Riletto in questo modo analitico e con questa tassonomia la Tradizione, rimane ancor più semplice compiere la solita operazione per il Progresso. Anche il semplice parlare del Progresso come dislocazione nel Futuro è molto riduttivo. Anche il Progresso nasconde, in fondo, una differenza che si basa su una diversa fiducia veritativa. Non più ovviamente nella Durata ma nel Cambiamento. Il Cambiamento di per sé elemento di verità: è il fatto inspiegabile, che si giustifica di per sé, la fonte di verità che deve essere creduta. E, data la pervasività del pensiero progressista, una sua riduzione la si può trovare ovunque: il famoso (e acuto) fisico Carlo Rovelli, nel suo L’ordine del Tempo attribuisce proprio alla focalizzazione platonica e aristotelica sull’Essenza (e quindi su ciò che non cambia) e non sul Movimento l’errore fondamentale della fisica greca iniziale e la debolezza della loro visione di mondo. Si replica anche qui la superiorità, data per scontata, di un modello che parta dal Movimento (parola in codice fisica per Cambiamento in senso assoluto) per la giustificazione di ciò che esiste e che deve esistere.

Ma se quindi, replicando il modello che abbiamo adoperato per la dissezione del termine Conservazione, individuiamo nel Cambiamento l’attributo divino e nel Progresso il suo nome Manifesto, cosa dobbiamo individuare come nome Nascosto? Qui la cosa si complica molto, e per non appesantire un modello che rischia di complicare più di quanto non semplifichi, diremo che alla Tradizione si contrappone il Progresso perché inquest’ultimo si nascondono in realtà due tipi di Progresso diverso: l’uno “puro”, non legato ai contenuti, che innamora di sé in quanto movimento che si allontana (il puro amore per il cambiamento in sé, si potrebbe dire, per la materia e il secolo che si autogiustificano); l’altro “impuro”, legato a ben precisi contenuti, che non adora il cambiamento di per sé ma lo idolizza come marea che conduce a porti sicuri e preannunciati. È questo un Progresso falso, che adora il Progresso “puro” solo perché lo percepisce come forza amica. Tra i due vige la stessa differenza che intercorre tra il progressista medio e l’accelerazionista.

Tornando a noi, il nome absconditus reale è, quindi, il Progresso “puro”: lo copre, lo vela il progresso “impuro”, che ne è controfigura e scimmiottamento come ogni cosa che acquisisca un contenuto definito rispetto a un Principio Assoluto.

IBRIDARE I PRINCIPI

Perché compiere questa opera di dissezione così impegnativa? Perché scomporre quando la sensazione dominante è che Tradizione e Materialismo, Progresso e Conservazione possano essere meglio colti, nel bailamme moderno, in modo impressionistico?

Perché l’impressionismo applicato come modello di cernita intellettuale è la via suprema per la confusione: i cartelli pubblicitari non sono disegnati con lo stile di Monet; i cartelli stradali non sono quadri di De Chirico.

La Tradizione vede nel Progresso, nel Materialismo una follia, una mania. Che una cosa esista, argomenta il Tradizionalista, non è in alcun modo garanzia che sia giusta. Supposizione e critica, queste, cogenti, ma che partono da un unilateralismo identico a colui che professa, invece, una versione radicale di Progressismo, per la quale che una cosa sia stata, altrettanto, non ha alcun vantaggio valutativo. Arrivati al gioco scoperto entrambi devono porsi fuori dal tempo politico: i Tradizionalisti entrando nel discorso escatologico, dove quindi il tempo contemporaneo smette di avere dignità e diventa controfigura di qualcosa che la Tradizione ha già previsto; I Progressisti facendosi cogliere da manie (queste sì) reali nelle quali, specularmente all’escatologia della Tradizione, ogni cosa si rinnova nell’indefinita fuga in avanti, nel riassorbimento totale della Fine, sempre più in là, proprio oltre il prossimo tornante.

Entrambi manifestano in questo modo una pochezza, che non è però una colpa: emerge difatti dal loro vedersi uguali e speculari nell’aver adottato un modello di spiegazione, un principio veritativo, una spinta dislocativa, come totalizzante. Sono riflessi gestaltici, predisposizioni psicologiche profonde, molto spesso nemmeno politiche ma pienamente estetiche.

Tuttavia ci troviamo a operare e pensare in un modo dove le due posizioni non sono equipollenti. Il Progresso tiene oggettivamente banco, è il croupier al tavolo delle idee: distribuisce le carte del mazzo, e sono tutte carte del progressismo. La Tradizione, come pensiero minoritario ovunque, ha tuttavia il pregio di aver incamerato nel proprio DNA una discreta dose di critica a questo mondo.

Sarebbe tanto salomonico da sembrare ridicolo asserire che, in fondo, la ricostruzione di una alternativa illiberale dovrebbe basarsi su un recupero contestuale di entrambe le ipotesi veritative: sia la Durata che il Progresso Puro. Bisognerebbe esser leali e veri servitori, quindi veri Amanti, tanto del mondo che è quanto del mondo che è stato e che sarà; progetto questo che non è altro il dire con parole immaginifiche e teologiche quanto vanno dicendo gli scienziati sociali in modo analitico: solo ricostruendo la nozione di tempo scissa nell’eterno presente, solo recuperando la profondità del passato e le implicazioni del futuro si potrà adeguare il nostro modo di pensare il mondo alla tridimensionalità temporale uscendo dal “qui e ora”. In fondo il Già e non ancora giovanneo preannuncia la teoria della complessità attuale, su scala temporale.

Politicamente, tuttavia, l’ibridazione necessaria di questi concetti, cioè l’adozione di entrambi i principi veritativi assieme, se realizzabile, potrà avvenire solo quando sarà la Tradizione ad acquisire una parte del principio veritativo del Progresso. Il contrario, a oggi, è semplicemente impossibile, e per un motivo molto semplice: il Progresso impuro ha completamente narcotizzato il Progresso puro, ed è perlopiù vincente, almeno sul piano squisitamente materiale. E squadra che vince non si cambia.

È quindi centrale che la Tradizione esca dalle secche di un punto di vista moralistico del Progresso: tutto ciò che è reale è razionale, e viceversa, ammoniva Hegel. Il sorpasso della sensazione di sconfitta e di ragion turrita che la Tradizione spesso ha accumulato passa per alcuni snodi: l’osservazione del reale come fatto, sospendere la lente escatologica (ma non privarsene); vedere nei presidi “nemici” quel simbolico e quel “pregno” che feconderà una predisposizione nuova. Proprio quando l’accelerazionismo, vero contraltare rovesciato di questa ibridazione, testimonianza di un Progresso che in modi rocamboleschi scopre la Tradizione, prende piede e già palesa le doglie di un mondo saturo.

IL PROGRAMMA

Questo articolo vuole, nei fatti, essere solo una provocazione, una spina nel fianco, ancor meglio un canovaccio. All’incrocio tra il politico, il religioso e il teosofico, vuole porsi al principio di una serie di articoli nei quali questa ibridazione tra Pensiero del Progresso, Pensiero della Tradizione e Durata e Cambiamento verrà messa in predicato. O, perlomeno, ci si proverà.

La via che abbiamo scelto è quella di ricomporre lo iato tra Materia e Simbolo. L’una asse portante autogiustificante del mondo-che-si-spiega-da-sé: l’altro strumento di comprensione e amplificatore di significati reconditi. Si vuole dimostrare, in modo anche non disciplinato, ma meticoloso, che il ragionamento analitico che ci ha regalato il pensiero della complessità, l’approccio multisistemico, la storia totale, può benissimo allearsi con una visione di re-incanto, che riflettendo per simboli, parli con gli strumenti del simbolo alla Tradizione dello stesso identico mondo, non come anticamera della fine ma come anticamera di sé stesso.

CONTEMPLATA ALIIS TRADERE.

Uno dei grandi fossati scavati dall’età contemporanea, ovviamente a partire dal 1789, è stato quello tra tradizionalismo e materialismo; uno iato che ha poi trovato inveramento storico in divisioni più conosciute e studiate, come quelle tra conservatorismo e progressismo o ancor meglio tra Destra e Sinistra.

Questo fossato non è privo di attraversamenti e margini molto vicini tra di loro, dai quali si è potuto saltare spesso ora di là ora di qua. Ma dove questa divisione venga ripresa nei suoi termini puri, quelli appunto tra Materialismo e Tradizione e non osservando i loro diversi avatar epocali, si vedrà come questa stessa divisione diventi a prima vista incolmabile e inaggirabile.

Si tratta infatti non di divisioni contenutistiche, le quali come si è incaricato di farci notare il ‘900 possono essere facilmente inattivate dagli eventi. Le distanze tra materialismo e Tradizionalismo parlano infatti al cuore di sé stesse: sono distanze metodologiche, financo epistemologiche. Nel linguaggio politico usuale il modo più semplice in cui le troviamo espresse è dietro ai termini di Conservazione e Progresso, che come sostantivi concettuali meglio trattengono differenze sostanziali non immediatamente percepibili.

La Conservazione, prima di essere infatti un set di contenuti da difendere, è l’azione reiterata di mantenere viva e sussistente una radice che si ritiene ontologicamente migliore di quella attuale, fino a prova contraria – e spesso anche oltre. Il Progresso, di converso, è la trasformazione in agire politico della Furia del Dileguare che, ancor prima di essere una serie di contenuti, è una corrente fisica che sospingerebbe la società verso il futuro. Per adoperare una metafora artistica diremmo che, in fondo, Conservazione e Progresso non sono che l’addentellato pratico e politico di due diverse dislocazioni del punto di fuga politico: nel Futuro per il Progresso, nel Passato per la Conservazione.

E tuttavia, a ben vedere, anche questa individuazione, come già accennato, costituisce una sofisticazione di una differenza ancor più basilare. Se infatti osservassimo Progresso e Conservazione sotto la specie della dislocazione temporale faremmo di certo un torto alla Conservazione: ponendo in questo modo il problema dimostriamo già di pensare in termini implicitamente progressisti. Non è infatti dal rifiuto del futuro che sorge l’attrattività e la vitalità della conservazione, quanto la nozione di Permanenza. Colui che lavora per la Conservazione crede non nel dilazionamento del futuro ma nella Permanenza, nel Futuro, di ciò che il Passato ha conservato. Si tratta, in fondo, di ipervalutare non il Passato in quanto tale, ma la sua funzione veritativa: se una tale istituzione, una tale moralità hanno ancora una Durata è perché il Passato ne ha testimoniato una bontà che probabilmente può sfuggire adesso, ma che per la sua stessa sussistenza non può che esistere, intatta. Per esser franchi: la Conservazione sarebbe allora non una semplice dislocazione, ma emergerebbe da un diverso riporre la fiducia veritativa rispetto al Progresso: tale fiducia veritativa verrebbe riposta nel Passato e soprattutto nella Durata.

Come chiamare tutto questo? Che identità sostantiva dare a questa fiducia nella Durata come forza discriminante della Verità? Chiameremo – e così si può chiamare – Tradizione tutto questo. Il nome è particolarmente adatto: teofania della Durata, quasi come se parlassimo in senso morfologico degli attributi della divinità, che proprio in teofanie si manifestano. È il tradurre, tradire latino, appunto. Il tradurre di mano in mano, di uomo in uomo è la teofania dell’Attributo veritativo della Durata.

Durata è l’attributo divino, Conservazione è il nome Manifesto e Tradizione è il nome absconditus: la sua teofania è il tradere.

Riletto in questo modo analitico e con questa tassonomia la Tradizione, rimane ancor più semplice compiere la solita operazione per il Progresso. Anche il semplice parlare del Progresso come dislocazione nel Futuro è molto riduttivo. Anche il Progresso nasconde, in fondo, una differenza che si basa su una diversa fiducia veritativa. Non più ovviamente nella Durata ma nel Cambiamento. Il Cambiamento di per sé elemento di verità: è il fatto inspiegabile, che si giustifica di per sé, la fonte di verità che deve essere creduta. E, data la pervasività del pensiero progressista, una sua riduzione la si può trovare ovunque: il famoso (e acuto) fisico Carlo Rovelli, nel suo L’ordine del Tempo attribuisce proprio alla focalizzazione platonica e aristotelica sull’Essenza (e quindi su ciò che non cambia) e non sul Movimento l’errore fondamentale della fisica greca iniziale e la debolezza della loro visione di mondo. Si replica anche qui la superiorità, data per scontata, di un modello che parta dal Movimento (parola in codice fisica per Cambiamento in senso assoluto) per la giustificazione di ciò che esiste e che deve esistere.

Ma se quindi, replicando il modello che abbiamo adoperato per la dissezione del termine Conservazione, individuiamo nel Cambiamento l’attributo divino e nel Progresso il suo nome Manifesto, cosa dobbiamo individuare come nome Nascosto? Qui la cosa si complica molto, e per non appesantire un modello che rischia di complicare più di quanto non semplifichi, diremo che alla Tradizione si contrappone il Progresso perché inquest’ultimo si nascondono in realtà due tipi di Progresso diverso: l’uno “puro”, non legato ai contenuti, che innamora di sé in quanto movimento che si allontana (il puro amore per il cambiamento in sé, si potrebbe dire, per la materia e il secolo che si autogiustificano); l’altro “impuro”, legato a ben precisi contenuti, che non adora il cambiamento di per sé ma lo idolizza come marea che conduce a porti sicuri e preannunciati. È questo un Progresso falso, che adora il Progresso “puro” solo perché lo percepisce come forza amica. Tra i due vige la stessa differenza che intercorre tra il progressista medio e l’accelerazionista.

Tornando a noi, il nome absconditus reale è, quindi, il Progresso “puro”: lo copre, lo vela il progresso “impuro”, che ne è controfigura e scimmiottamento come ogni cosa che acquisisca un contenuto definito rispetto a un Principio Assoluto.

IBRIDARE I PRINCIPI

Perché compiere questa opera di dissezione così impegnativa? Perché scomporre quando la sensazione dominante è che Tradizione e Materialismo, Progresso e Conservazione possano essere meglio colti, nel bailamme moderno, in modo impressionistico?

Perché l’impressionismo applicato come modello di cernita intellettuale è la via suprema per la confusione: i cartelli pubblicitari non sono disegnati con lo stile di Monet; i cartelli stradali non sono quadri di De Chirico.

La Tradizione vede nel Progresso, nel Materialismo una follia, una mania. Che una cosa esista, argomenta il Tradizionalista, non è in alcun modo garanzia che sia giusta. Supposizione e critica, queste, cogenti, ma che partono da un unilateralismo identico a colui che professa, invece, una versione radicale di Progressismo, per la quale che una cosa sia stata, altrettanto, non ha alcun vantaggio valutativo. Arrivati al gioco scoperto entrambi devono porsi fuori dal tempo politico: i Tradizionalisti entrando nel discorso escatologico, dove quindi il tempo contemporaneo smette di avere dignità e diventa controfigura di qualcosa che la Tradizione ha già previsto; I Progressisti facendosi cogliere da manie (queste sì) reali nelle quali, specularmente all’escatologia della Tradizione, ogni cosa si rinnova nell’indefinita fuga in avanti, nel riassorbimento totale della Fine, sempre più in là, proprio oltre il prossimo tornante.

Entrambi manifestano in questo modo una pochezza, che non è però una colpa: emerge difatti dal loro vedersi uguali e speculari nell’aver adottato un modello di spiegazione, un principio veritativo, una spinta dislocativa, come totalizzante. Sono riflessi gestaltici, predisposizioni psicologiche profonde, molto spesso nemmeno politiche ma pienamente estetiche.

Tuttavia ci troviamo a operare e pensare in un modo dove le due posizioni non sono equipollenti. Il Progresso tiene oggettivamente banco, è il croupier al tavolo delle idee: distribuisce le carte del mazzo, e sono tutte carte del progressismo. La Tradizione, come pensiero minoritario ovunque, ha tuttavia il pregio di aver incamerato nel proprio DNA una discreta dose di critica a questo mondo.

Sarebbe tanto salomonico da sembrare ridicolo asserire che, in fondo, la ricostruzione di una alternativa illiberale dovrebbe basarsi su un recupero contestuale di entrambe le ipotesi veritative: sia la Durata che il Progresso Puro. Bisognerebbe esser leali e veri servitori, quindi veri Amanti, tanto del mondo che è quanto del mondo che è stato e che sarà; progetto questo che non è altro il dire con parole immaginifiche e teologiche quanto vanno dicendo gli scienziati sociali in modo analitico: solo ricostruendo la nozione di tempo scissa nell’eterno presente, solo recuperando la profondità del passato e le implicazioni del futuro si potrà adeguare il nostro modo di pensare il mondo alla tridimensionalità temporale uscendo dal “qui e ora”. In fondo il Già e non ancora giovanneo preannuncia la teoria della complessità attuale, su scala temporale.

Politicamente, tuttavia, l’ibridazione necessaria di questi concetti, cioè l’adozione di entrambi i principi veritativi assieme, se realizzabile, potrà avvenire solo quando sarà la Tradizione ad acquisire una parte del principio veritativo del Progresso. Il contrario, a oggi, è semplicemente impossibile, e per un motivo molto semplice: il Progresso impuro ha completamente narcotizzato il Progresso puro, ed è perlopiù vincente, almeno sul piano squisitamente materiale. E squadra che vince non si cambia.

È quindi centrale che la Tradizione esca dalle secche di un punto di vista moralistico del Progresso: tutto ciò che è reale è razionale, e viceversa, ammoniva Hegel. Il sorpasso della sensazione di sconfitta e di ragion turrita che la Tradizione spesso ha accumulato passa per alcuni snodi: l’osservazione del reale come fatto, sospendere la lente escatologica (ma non privarsene); vedere nei presidi “nemici” quel simbolico e quel “pregno” che feconderà una predisposizione nuova. Proprio quando l’accelerazionismo, vero contraltare rovesciato di questa ibridazione, testimonianza di un Progresso che in modi rocamboleschi scopre la Tradizione, prende piede e già palesa le doglie di un mondo saturo.

IL PROGRAMMA

Questo articolo vuole, nei fatti, essere solo una provocazione, una spina nel fianco, ancor meglio un canovaccio. All’incrocio tra il politico, il religioso e il teosofico, vuole porsi al principio di una serie di articoli nei quali questa ibridazione tra Pensiero del Progresso, Pensiero della Tradizione e Durata e Cambiamento verrà messa in predicato. O, perlomeno, ci si proverà.

La via che abbiamo scelto è quella di ricomporre lo iato tra Materia e Simbolo. L’una asse portante autogiustificante del mondo-che-si-spiega-da-sé: l’altro strumento di comprensione e amplificatore di significati reconditi. Si vuole dimostrare, in modo anche non disciplinato, ma meticoloso, che il ragionamento analitico che ci ha regalato il pensiero della complessità, l’approccio multisistemico, la storia totale, può benissimo allearsi con una visione di re-incanto, che riflettendo per simboli, parli con gli strumenti del simbolo alla Tradizione dello stesso identico mondo, non come anticamera della fine ma come anticamera di sé stesso.

CONTEMPLATA ALIIS TRADERE.

Lorenzo Centini

 

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