Illuminismo e Libertà/ parte prima

Proponiamo ai nostri lettori un breve saggio, in due parti, dell’amico Kevin Swierkosz-Lenart dal titolo “Illuminismo e Libertà”. Entrambi temi oggi sempre più dibattuti all’interno di nuovi schemi e cornici intellettuali, quella di Swirkosz-Lenart ci ha particolarmente colpito per la sua veridicità. Auguriamo a tutti buona lettura.

 

Illuminismo e libertà

di Kevin Swierkosz-Lenart

  1. L’innominabile attuale

Desidero muovere le mie riflessioni a partire da una constatazione personale: nato nel 1988, io sono cresciuto in quel periodo che Pasolini chiamava in una sua poesia il “dopostoria”. Nel 1989 cade il muro di Berlino, nel 1992 il politologo Francis Fukuyama scrive il suo saggio “La fine della storia”. Che cosa si intendeva? Direi che potremmo inquadrare il fenomeno in questo modo: il mondo usciva da una dialettica bipolare in cui ciascuno dei due blocchi credeva di avere raggiunto una verità ultima. Da una parte, quella della “libertà” capitalistica, dall’altra quella del “socialismo scientifico”. Probabilmente è proprio in quest’ultimo, soccombente, che si annidava il germe del concetto di dopostoria, in quanto debito marxiano nei confronti di Hegel. L’idealismo hegeliano infatti si autorappresentava come atto culminante del pensiero occidentale e, nel postulare una sorgente dialettica del reale, si poneva come punto di quiete e definitivo approdo. Sconfitto il marxismo e il socialismo, il capitalismo aveva la strada spianata per presentarsi come verità atemporale ed eterna, profezia di un mondo ridotto all’immanenza in cui il “disagio della civiltà” potesse essere costantemente anestetizzato e saziato dai consumi. Questa convinzione produce, come conseguenza inevitabile, un indebolimento del pensiero, un’incapacità di pensare l’attuale, che si fa “innominabile” per riprendere il titolo di un saggio di Calasso. Nella piena illusione reaganiana compare in Italia il volume del 1983 intitolato “Il pensiero debole”, che inaugura la filosofia postmoderna, definitivamente rinunciataria rispetto ad una proficua dialettica col reale. Sul piano sociale, si assiste alla cosiddetta epoca del “riflusso”, in cui i giovani cessano di appassionarsi per Marx, Marcuse, Gramsci, smettono di rivendicare una libertà sessuale ed esistenziale rispetto ai dettami del principio di prestazione e si rivolgono solipsisticamente ad un triste godimento perenne. Se l’immagine degli anni precedenti erano state quelle dell’“hippie” e del “constestatore”, i nuovi modelli divengono i “paninari”, destinati a replicare passivamente e abulicamente quel che la televisione propone. Le statistiche dell’epoca, che desumo da un libro di Robert Hughes sul politicamente corretto del 1992, parlano di un consumo medio di televisione di sette ore al giorno. In questo clima, la filosofia diviene un reperto archeologico, cessa di animare il dibattito culturale, si crea sempre più un clima antintellettualistico in cui viene visto male chiunque cerchi di rifarsi ad un inquadramento colto e razionale del reale. Predomina il “sentimento”, l’”opinione”. Sembra quasi che tale termine – “opinione”, “doxa”- si smacchi del peccato originale con cui era entrato nel lessico intellettuale occidentale con Platone, e divenga invece garanzia di “autenticità”. La scuola e la formazione universitaria si adeguano prontamente: svanita la necessità di contrapporre al disagio del reale una sua possibile “pensabilità” colta, l’educazione si riduce a vassalla della produttività, con i risultati che già Robert Hughes nel saggio a cui mi riferivo poc’anzi, “La Cultura del Piagnisteo”, evidenziava nel modo seguente:

Non esercitati all’analisi logica, male attrezzati per sviluppare e capire un’argomentazione, non avvezzi a consultare testi per documentarsi, gli studenti hanno ripiegato sulla sola posizione che potevano rivendicare come propria: le loro sensazioni su questo o su quello. […] Provate a tramandare questa soggettivizzazione del discorso per due o tre generazioni di studenti che poi diventano insegnanti, con progressivo accumulo di diossine sessantottesche, e avrete il background entropico della nostra cultura del piagnisteo.1

La soggettivizzazione estrema è senza dubbio la chiave per poter cogliere le coordinate dell’innominabile attuale, tuttavia non bisogna cedere alle semplificazioni e credo sia necessario aggiungere ancora elementi alla nostra riflessione per poter massimizzare la ricchezza di questa angolazione nello sguardo sul presente.

Nel suo saggio del 1930 “Il disagio della civiltà”, Freud postula la coesistenza fra individui come frutto di un perenne conflitto fra soggettività e realtà, dialettica che si articola ulteriormente in principio di piacere-Eros (forza unificante che tende a riunire il molteplice) e principio di distruzione-Thanatos (pulsione tesa all’annullamento degli insulti provenienti dall’ambiente). Credo tuttavia che le riletture freudiane di questo testo abbiano sempre riservato un’attenzione non sufficiente alle ragioni che portarono Freud a scriverlo, e che pure sono ben manifeste nell’introduzione dell’autore: il padre della psicoanalisi ha avuto un confronto con Romain Rolland su un saggio che quest’ultimo ha recentemente dato alle stampe – “Avvenire di un’illusione” – nel quale definisce la religione come, appunto, illusoria. Romain Rolland controbatte sostenendo che esista incontrovertibilmente un sentimento religioso in alcuni individui, un sentimento di “appartenenza al tutto” e Freud accoglie tale obiezione, e definisce il “sentimento oceanico” come qualcosa di arcaico filogeneticamente e ontogeneticamente, destinato a sopravvivere in alcuni individui e in ogni caso nella massa. Per rendere chiaro come nella vita psichica alcune istanze arcaiche possano coesistere con altre più recenti, l’autore presenta una splendida immagine, molto dotta, in cui tratteggia un affresco di Roma nel quale si affastellano le costruzioni che vanno dall’epoca monarchica a quella imperiale, fino a spingersi ad un punto di assurdità che deve essere come un monito per il lettore: sappi che la vita psichica presenta un funzionamento controintuitivo.

A partire dal sentimento oceanico, lo sviluppo prevede successivamente una distinzione fra Io e Realtà, in cui finalmente l’Io è soggetto ad una triplice minaccia: il suo proprio deperimento (minaccia interna), le avversità del mondo (minaccia esterna), le relazioni con il prossimo (minaccia sociale). Nel far fronte a questo conflitto, il soggetto deve necessariamente inibire le sue pulsioni libidiche verso l’oggetto (l’Eros), ma anche quelle distruttive (Thanatos). Egli vive dunque un perenne disagio, in cui la minaccia del ritorno del represso è sempre dietro l’angolo. Freud non può non osservare come malgrado la liberazione dell’uomo da una gran quantità di illusioni e il suo accresciuto dominio sulle minacce della natura, le pulsioni distruttive stiano vivendo un ritorno irrazionale profondamente minaccioso. Siamo nel 1930 ed è un ebreo a scrivere, non dimentichiamolo.

Una risposta parziale a questo quesito – persistenza di elementi irrazionali in un mondo liberato dalle illusioni – l’autore l’aveva abbozzata nel 1920, nel suo “Psicologie delle masse e analisi dell’Io”, in cui leggiamo:

Se oggi questa intolleranza non si manifesta più nelle forme violente e crudeli che ebbe in secoli più remoti, non per questo si potrà dedurne che i costumi degli uomini si sono mitigati. La causa di questo fatto va piuttosto ricercata nell’innegabile affievolirsi dei sentimenti religiosi e dei legami libidici che da essi dipendono. Se, come oggi sembra accadere nel campo socialista, al posto del legame religioso subentrerà un legame collettivo diverso, ne deriverà, nei confronti degli esterni, la medesima intolleranza verificatasi al tempo delle guerre di religione; e, qualora i divari tra le concezioni scientifiche dovessero acquistare per le masse un’importanza analoga, il medesimo risultato si ripeterebbe anche per quest’ultima motivazione. 2

I divari tra le concezioni scientifiche e la loro importanza per l’attualità ci proiettano, d’improvviso, ad un secolo di distanza rispetto a quando queste righe sono state scritte. Mi rendo conto di urtare la sensibilità della platea se parlo di “divari” perché il bisogno psicologico diffuso e condiviso come massa è quello di credere che esistano gli “scienziati” e poi “tutti gli altri”, una massa indistinta che crede a teorie astruse ed è dedita a pratiche irrazionali. Sta di fatto che i divari esistono eccome, circa la gestione della pandemia, fra scienziati che hanno pieno diritto di essere nominati tali. Allora l’intolleranza, che arriva a pensare che alcuni di essi lo siano e altri no, deve essere inquadrata proprio a partire dall’analogia fra fenomeno religioso e feticizzazione della scienza. Nel conflitto soggetto-realtà, che si fa sempre più insopportabile in forza di quella soggettivizzazione estrema che evocavo prima di riferirmi a Freud, la religione scientifica rappresenta quella grande casa in cui coltivare il “sentimento oceanico” in cui la dicotomia sparisce, tutto si fa uno, il sogno irenico sfuma in un Nirvana che ha chiari contorni di morte. Si tratta, in ultima analisi, di un ritorno all’utero, in cui non esisteva il bisogno distinto dal soddisfacimento, situazione per cui vale bene l’immagine del poeta Eliot: “una corrente sottomarina spolpò le sue ossa in bisbigli”.

Approfondiamo ancora l’idea dell’epoca attuale come epoca della soggettivazione estrema. Michel Foucault nel suo testo “Le parole e le cose” del 1966 passa in rassegna le “epistemi” ossia gli scenari entro cui la conoscenza e il rapporto soggetto-realtà si è iscritto nella storia. Partendo dal rapporto rinascimentale in cui si ha una coincidenza fra parole e cose, si passa all’episteme classica, cartesiana, in cui è solo l’ordine e il mutuo rapporto fra le rappresentazioni a garantire l’accesso alla verità. Viene infine l’episteme moderna, esemplificata dalle opere di Sade, in cui, secondo l’autore

L’oscura violenza del desiderio sopraggiunge a percuotere i limiti della rappresentazione3

Eccoci giunti a quello che io credo essere il cuore dell’innominabile attuale: la presunzione di plasmare la realtà attraverso il desiderio, l’abolizione per decreto del conflitto io-realtà, l’edificazione di una cultura, per dirla di nuovo con Hughes, basata su “le sensazioni su questo o su quello”.

Le conseguenze sul piano psicologico di un simile quadro sono nefaste, e discendono con un nesso in cui tout se tient a mostrarci alcuni fenomeni di superficie della contemporaneità.

Il primo elemento da sottolineare è come il linguaggio debba necessariamente avere la presunzione di distruggere la realtà da una parte (abolizione delle desinenze di genere, perché nell’incapacità di sopportare le dicotomie, la prima a sopperire è proprio quella, ben reale, fra uomini e donne) e di inseguirla carezzandola nel senso del pelo (ritorno delle stesse desinenze con un rapporto di perversione che questa volta è a detrimento del linguaggio, in neologismi come “assessora”, “ministra” e così via). Questo atteggiamento scisso non è che uno dei tanti che testimoniano una fobia verso le proprie pulsioni: un desiderio capace di distruggere la realtà è inarginabile, va temuto, e si sviluppa quindi una ossessività per la correttezza in cui anche il santo di turno (il cantante dei Måneskin, icona di una rivoluzione passiva che si riduce a vestire dei panni femminili….questo tipo di trasgressione ricorda, facendo sorridere, l’accusa che la fidanzata di Verdone rivolgeva alla loro intimità in “Maledetto il giorno che t’ho incontrato”, definendola una “minestra riscaldata”) può essere tacciato di eresia (lo stesso cantante, nel momento in cui interpreta la canzone dell’afroamericano Kanye West dal titolo “Black Skinhead”, riprende la parola “coon”, dispregiativa nei confronti delle persone di colore, mentre l’intera comunità dei “giusti” trova che avrebbe dovuto modificarla, perché un nero può dire quella parola e un bianco no….sic!).

Vale la pena di ricordare quanto scriveva Orwell nel 1946 a questo proposito:

Se semplifichi il tuo inglese, ti liberi dalle peggiori follie dell’ortodossia. Non potendo più parlare nessuno dei gerghi prescritti, se dici una stupidaggine la sua stupidità sarà evidente anche a te. Il linguaggio politico – e ciò vale in vario grado per tutte le parti politiche, dai conservatori agli anarchici – è inteso a far sembrare veritiere le menzogne e rispettabile ogni nefandezza, e a dare una parvenza di solidità all’aria fritta. Tutto questo non si può cambiare in un momento, ma si possono almeno cambiare le proprie abitudini4

Un aspetto complementare alla coartazione fobica del linguaggio è la credenza diffusa per cui qualsiasi nostro atto non sarebbe altro che un insulto a Madre Natura, giungendo alla vera e propria ritorsione della pulsione di morte contro la specie nel momento in cui alcune coppie affermano di aver “responsabilmente” rinunciato a procreare per evitare di inquinare. Anche qui: dove non vi sia una realtà che ponga limiti, i confini del Super-Io divengono labili, esso può diventare assente in certe aree e ipertrofico in altre.

Il terzo aspetto della abolizione per decreto del conflitto, quello che porta un modesto intellettuale come Baricco ad affermare che l’inconscio non sia altro che un “mito inattuale”, è evidentemente la radicalizzazione e l’esasperazione delle pulsioni distruttive. Abbiamo avuto seriamente un personaggio come Giuliano Cazzola che ha affermato pubblicamente la necessità di ricorrere ai metodi di Bava Beccaris per coloro che non intendevano sottoporsi al vaccino. Opinionisti che non citerei mai per la loro statura, ma che sono obbligato a menzionare visto che fanno parte del dibattito pubblico, augurare ai non vaccinati di “morire come le mosche”. No vax hanno dato degli “assassini” a quanti difendevano il vaccino. Marcello Sorgi ha evocato l’ipotesi di un governo militare in un giornale a diffusione nazionale come La Stampa. Direi sia il caso di rilevare uno stato di salute non buono in una società che da una parte si preoccupa di rimuovere le desinenze di genere per “non offendere” e successivamente tollera pacatamente simili esternazioni distruttive. Il fatto che l’intolleranza religiosa del periodo attuale avvenga in nome della scienza non stupisce per almeno due ragioni. La prima, come visto, è che proprio Freud, partendo da un’analisi delle dinamiche della collettività, l’avesse ventilata come ipotesi. La seconda è che la scienza in quanto tale rappresenta una sublimazione del principio di morte. Ricordo, è bene farlo, che occorre situare Thanatos a livello della dialettica vista poc’anzi in merito al sentimento oceanico. Il principio di morte in questo caso è, pur non riducendosi ad essa, nient’altro che aggressività verso un “altro-da-me” che non si piega al mio volere. Leggiamo a tal proposito in Marcuse:

Quando la razionalità scientifica della civiltà occidentale cominciò a portare i suoi frutti maturi, essa si fece sempre più cosciente delle sue implicazioni psicologiche. L’Io che aveva intrapreso la trasformazione razionale dell’ambiente umano e naturale, si rivelò come un soggetto essenzialmente aggressivo, offensivo, i cui pensieri e le cui azioni erano destinate a dominare gli oggetti. Esso era un soggetto contro un oggetto5.

Ecco che in questo senso la feticizzazione della scienza rappresenta l’esito naturale di una civiltà la cui “oscura violenza del desiderio sopraggiunge a percuotere i limiti della rappresentazione”, riprendendo ancora Foucault, menzionato poco fa. Questa immagine di una scienza santa, irenica, apostolica, contro cui si annidano ovunque nemici infingardi, poggia su una visione parziale, pronta a ricordarci che se stiamo per sfiorare il secolo di vita media lo dobbiamo proprio ai progressi tecnologici. Il che è indubbiamente vero, ho constatato io stesso in reparto come potessi salvare almeno una vita al giorno con una banale prescrizione di antibiotici. Tuttavia la scienza è anche lo studio Tuskegee, Hiroshima, Chernobyl. E, da ultimo, vorrei ricordare che risulta sempre più consistente l’ipotesi che il virus all’origine della pandemia possa essere derivato da un errore nei protocolli di sicurezza di un laboratorio. Non vedo cosa ci sia di assurdo nel pensarlo, ma fortunatamente una simile ipotesi si sta facendo strada nella finestra di Overton del dibattito pubblico, avvalorata da ultimo da un’intervista su Repubblica rilasciata dal virologo americano Robert Redfield, ex capo del CDC. Quel che voglio dire è che la scienza non è né buona né cattiva, come ogni aspetto del vivere umano. Verrebbe voglia di tornare alla saggezza del buddhismo secondo cui tutto è dukkha, impermanenza, e neanche il buddhismo stesso debba essere oggetto di feticizzazione idealizzante. La scienza, per dirla con il Professor Mariano Bizzarri, non dice niente. Questo ritorno totalitario del razionalismo costituisce una reviviscenza reboante del potere, della sua dialettica con la libertà, e questo torna a produrre storia, fenomeno sorprendente e inatteso per chi sia nato nel contesto in cui sono nato io. Le mie riflessioni muovono da questa constatazione e da questa esigenza: pensare il potere, pensare la libertà, cogliere il senso della loro articolazione.

Formule semplicistiche quali “la mia libertà inizia dove finisce quella altrui”, metafore automobilistiche dettate da un’isteria logorroica da social, tutto questo non basta in un mondo che è rientrato nella storia.

Non si capisce come il mondo dell’ortolessia possa sostenere il principio della libertà personale che non deve ledere quella altrui, dopo aver propinato per anni un diritto all’aborto insindacabile. Mi rendo conto di toccare un tema al di fuori della finestra di Overton per il dibattito odierno, ma lo faccio scientemente. Lo slogan, concetto su cui tornerò fra poco, “il corpo è mio e ne faccio quel che voglio” vale a detrimento di un embrione ma non rispetto alla libertà di sottoporsi o meno ad una terapia. Rispetto a tale libertà si evoca un dovere verso la comunità dai contorni sfumati, trattandosi di terapia non sterilizzante. Si evoca allora la necessità di non “intasare gli ospedali”. Benissimo. Ma si giunge allora ad un punto in cui diviene necessario il ritorno della filosofia e della politica. Perché cosa sia giusto e non sia giusto fare non può dircelo la scienza. E se un embrione abbia o meno maggiori diritti di quelli che ho io non sta scritto in nessuna formula matematica. Occorre ritrovare la forza di pensare il pensiero anziché pensare di pensare.

1 Robert Hughes, La cultura del piagnisteo, Adelphi 1994, Milano, pg 87

2 S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’io, 1920 in Opere complete, a cura di C. Musatti, Bollati Boringhieri, Torino, 1996. Vol. 9, pg 261

3 M. Foucault, Le parole e le cose, Mondadori, 1967, Milano. Pg 230

4 Citato in R.Hughes, op. cit., pg 34

5 H. Marcuse, Eros e Civiltà, Einaudi, 2001, Cles (Tn), pg 142

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